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Sunday, August 4, 2013

Official Note from the FFI

http://maryvictrix.files.wordpress.com/2008/05/newly-elected.jpg
Father Stefano Manelli


An official note from the FFI issued yesterday as a reply to a number of allegations by an Italian Vaticanist, 
presumably Andrea Tornielli states that:


a) Fr. Stefano Manelli not only has never imposed to all Communities the exclusive use of the Tridentine Mass, but did not even want it to become the exclusive Rite. He himself set the example by celebrating anywhere according to one or the other Ordo.
b) Before, during and after the Apostolic Visitation (July 2012-July 2013), most communities of the FFI made either exclusive, or in the majority of cases, use of the Novus Ordo.
c) Fr. Stefano Manelli, as Minister General, together with the General Council has undertaken legitimately the work of promoting the Vetus Ordo in accordance with the Motu Proprio Summorum Pontificum (2007), in accordance with the decisions of the FFI's General Chapter of 2008 and in respect of Universae Ecclesiae (2011).
d) By letter Prot. 77/2011, dated 21 November 2011, the FFI Secretary General, on behalf of the General Council, informed all FFI houses, about non-binding rules on the use of the Vetus Ordo and the harmony between the Vetus Ordo and the Novus Ordo in its communities and in its Institute.
e) After that letter, various communities have continued peacefully to privilege the Vetus or the Novus Ordo. So, there was no imposition by Fr. Manelli.
f) Some monks, however, objected to the letter. Therefore, the FFI asked the Pontifical Commission Ecclesia Dei, which in its reply of 14 April 2012, (Prot. 39/2011L), established that there is conformity between the same letter Prot. 77/2011 and the mens of Pope Benedict XVI expressed in Universae Ecclesiae (No. 8a).

Thursday, February 10, 2011

Un motu proprio per il culto divino


di Andrea Tornielli


Sarà pubblicato nelle prossime settimane un documento di Benedetto XVI che riorganizza le competenze della Congregazione del culto divino affidandole il compito di promuovere una liturgia più fedele alle intenzioni originarie del Concilio Vaticano II, con meno spazi per i cambiamenti arbitrari e per il recupero di una dimensione di maggiore sacralità.


Il documento, che avrà la forma di un motu proprio, è frutto di una lunga gestazione – lo hanno rivisto dal Pontificio consiglio per l’interpretazione dei testi legislativi e gli uffici della Segreteria di Stato – ed è motivato principalmente dal trasferimento della competenza sulle cause matrimoniali alla Rota Romana. Si tratta delle cause cosiddette del «rato ma non consumato», cioè riguardanti il matrimonio avvenuto in chiesa ma non compiutosi per la mancata unione carnale dei due sposi. Sono circa cinquecento casi all’anno, e interessano soprattutto alcuni Paesi asiatici dove ancora esistono i matrimoni combinati con ragazzine in età molto giovane, ma anche i Paesi occidentali per quei casi di impotenza psicologica a compiere l’atto coniugale.

Perdendo questa sezione, che passerà alla Rota, la Congregazione del culto divino di fatto non si occuperà più dei sacramenti e manterrà soltanto la competenza in materia liturgica. Secondo alcune autorevoli indiscrezioni un passaggio del motu proprio di Benedetto XVI potrebbe citare esplicitamente quel «nuovo movimento liturgico» del quale ha parlato in tempi recenti il cardinale Antonio Cañizares Llovera, intervenendo durante il concistoro dello scorso novembre.

Al Giornale, in un’intervista pubblicata alla vigilia dell’ultimo Natale, Cañizares aveva detto: «La riforma liturgica è stata realizzata con molta fretta. C’erano ottime intenzioni e il desiderio di applicare il Vaticano II. Ma c’è stata precipitazione… Il rinnovamento liturgico è stato visto come una ricerca di laboratorio, frutto dell’immaginazione e della creatività, la parola magica di allora».


Il cardinale, che non si era sbilanciato nel parlare di «riforma della riforma», aveva aggiunto: «Quello che vedo assolutamente necessario e urgente, secondo ciò che desidera il Papa, è dar vita a un nuovo, chiaro e vigoroso movimento liturgico in tutta la Chiesa», per porre fine a «deformazioni arbitrarie» e al processo di «secolarizzazione che purtroppo colpisce pure all’interno della Chiesa».

È noto come Ratzinger abbia voluto introdurre nelle liturgie papali gesti significativi ed esemplari: la croce al centro dell’altare, la comunione in ginocchio, il canto gregoriano, lo spazio per il silenzio. Si sa quanto tenga alla bellezza nell’arte sacra e quando consideri importante promuovere l’adorazione eucaristica. La Congregazione del culto divino – che qualcuno vorrebbe anche ribattezzare della sacra liturgia o della divina liturgia – si dovrà quindi occupare di questo nuovo movimento liturgico, anche con l’inaugurazione di una nuova sezione del dicastero dedicata all’arte e alla musica sacra.

Tuesday, January 4, 2011

"Basta con la messa creativa, in chiesa silenzio e preghiera"



di Andrea Tornielli

Il Prefetto del culto divino, Canizares, spiega il rinnovamento voluto dal Papa: "Nella liturgia più spazio all’adorazione e musica adeguata". "La riforma del Vaticano II è stata applicata troppo in fretta"

La liturgia cattolica vive «una certa crisi» e Benedetto XVI vuole dar vita a un nuovo movimento liturgico, che ripor­ti più sacralità e silenzio nella messa, e più attenzione alla bel­lezza nel canto, nella musica e nell'arte sacra.Il cardinale Anto­nio Cañizares Llovera, 65 anni, Prefetto della Congregazione del culto divino, che quando era vescovo in Spagna veniva chia­mato «il piccolo Ratzinger», è l'uomo al quale il Papa ha affida­to questo compito. In questa in­tervista al Giornale , il «mini­stro » della liturgia di Benedetto XVI rivela e spiega programmi e progetti.


Da cardinale, Joseph Ratzin­ger aveva lamentato una cer­ta fretta nella riforma liturgi­ca postconciliare. Qual è il suo giudizio?


La riforma liturgica è stata re­alizzata con molta fretta. C'era­no ottime intenzioni e il deside­rio di applicare il Vaticano II. Ma c'è stata precipitazione. Non si è dato tempo e spazio suf­ficiente per accogliere e interio­rizzare gli insegnamenti del Concilio, di colpo si è cambiato il modo di celebrare. Ricordo be­ne la mentalità allora diffusa: bi­sognava cambiare, creare qual­cosa di nuovo. Quello che aveva­mo ricevuto, la tradizione, era vi­sta come un ostacolo. La rifor­ma è stata intesa come opera umana, molti pensavano che la Chiesa fosse opera delle nostre mani, invece che di Dio. Il rinno­vamento liturgico è stato visto come una ricerca di laboratorio, frutto dell'immaginazione e del­la creatività, la parola magica di allora.


Da cardinale Ratzinger ave­va auspicato una «riforma della riforma» liturgica, paro­le oggi impronunciabili persi­no in Vaticano. Appare però evidente che Benedetto XVI la desideri. Può parlarcene?


Non so se si possa, o se con­venga, parlare di "riforma della riforma". Quello che vedo asso­lutamente necessario e urgen­te, secondo ciò che desidera il Papa, è dar vita a un nuovo, chia­ro e vigoroso movimento liturgi­co in tutta la Chiesa. Perché, co­me­spiega Benedetto XVI nel pri­mo volume della sua Opera Om­nia , nel rapporto con la liturgia si decide il destino della fede e della Chiesa. Cristo è presente nella Chiesa attraverso i sacra­menti. Dio è il soggetto della li­turgia, non noi. La liturgia non è un'azione dell'uomo,ma è azio­ne di Dio.


Il Papa più che con le decisio­ni calate dall'alto, parla con l'esempio: come leggere i cambiamenti da lui introdot­ti nelle celebrazioni papali?


Innanzitutto non deve esser­ci alcun dubbio sulla bontà del rinnovamento liturgico conci­liare, che ha portato grandi be­nefici nella vita della Chiesa, co­me la partecipazione più co­sciente e attiva dei fedeli e la pre­senza arricchita della Sacra Scrittura. Ma oltre a questi e altri benefici, non sono mancate del­le ombre, emerse negli anni suc­cessivi al Vaticano II: la liturgia, questo è un fatto, è stata "ferita" da deformazioni arbitrarie, pro­vocate anche dalla secolarizza­zione che purtroppo colpisce pure all'interno della Chiesa. Di conseguenza, in tante celebra­zioni, non si pone più al centro Dio,ma l'uomo e il suo protago­nismo, la sua azione creativa, il ruolo principale dato all'assem­blea. Il rinnovamento concilia­re è stato inteso come una rottu­ra e non come sviluppo organi­co della tradizione. Dobbiamo ravvivare lo spirito della liturgia e per questo sono significativi i gesti introdotti nelle liturgie del Papa: l'orientamento dell'azio­ne liturgica, la croce al centro dell'altare, la comunione in gi­nocchio, il canto gregoriano, lo spazio per il silenzio, la bellezza nell'arte sacra.È anche necessa­ri­o e urgente promuovere l'ado­razione eucaristica: di fronte al­la presenza reale del Signore non si può che stare in adorazio­ne.

Quando si parla di un recupe­ro della dimensione del sa­cro c'è sempre chi presenta tutto questo come un sempli­ce ritorno al passato, frutto di nostalgia. Come rispon­de?


La perdita del senso del sa­cro, del Mistero, di Dio, è una delle perdite più gravi di conse­guenze per un vero umanesi­mo. Chi pensa che ravvivare, re­cuperare e rafforzare lo spirito della liturgia, e la verità della ce­lebrazione, sia un semplice ritor­no a un passato superato, igno­ra la verità delle cose. Porre la li­turgia al centro della vita della Chiesa non è affatto nostalgico, ma al contrario è la garanzia di essere in cammino verso il futu­ro .


Come giudica lo stato della li­turgia cattolica nel mondo?


Di fronte al rischio della routi­ne, di fronte ad alcune confusio­ni, alla povertà e alla banalità del canto e della musica sacra, si può dire che vi sia una certa cri­si.Per questo è urgente un nuo­vo movimento liturgico. Bene­detto XVI indicando l'esempio di san Francesco d'Assisi, molto devoto al Santissimo Sacramen­to, ha spiegato che il vero rifor­matore è qualcuno che obbedi­sce alla fede: non si muove in modo arbitrario e non si arroga alcuna discrezionalità sul rito. Non è il padrone ma il custode del tesoro istituito dal Signore e consegnato a noi. Il Papa chiede dunque alla nostra Congrega­zione di promuovere un rinno­vamento conforme al Vaticano II, in sintonia con la tradizione liturgica della Chiesa, senza di­menticare la norma conciliare che prescrive di non introdurre innovazioni se non quando lo ri­ch­ieda una vera e accertata utili­tà per la Chiesa, con l'avverten­za che le nuove forme, in ogni caso, devono scaturire organica­mente da quelle già esistenti.


Che cosa intendete fare co­me Congregazione?


Dobbiamo considerare il rin­novamento liturgico secondo l'ermeneutica della continuità nella riforma indicata da Bene­detto XVI per leggere il Concilio. E per far questo bisogna supera­re la tendenza a "congelare" lo stato attuale della riforma po­stconciliare, in un modo che non rende giustizia allo svilup­po organico della liturgia della Chiesa. Stiamo tentando di por­tare avanti un grande impegno nella formazione di sacerdoti, seminaristi, consacrati e fedeli laici, per favorire la comprensio­ne del ver­o significato delle cele­brazioni della Chiesa.


Ciò richie­de un'adeguata e ampia istruzio­ne, vigilanza e fedeltà nei riti e un'autentica educazione per vi­verli pienamente. Questo impe­gn­o sarà accompagnato dalla re­visione e dall'aggiornamento dei testi introduttivi alle diverse celebrazioni ( prenotanda ). Sia­mo anche coscienti che dare im­pulso a questo movimento non sarà possibile senza un rinnova­mento della pastorale dell'ini­ziazione cristiana.


Una prospettiva che andreb­be applicata anche all'arte e alla musica...


Il nuovo movimento liturgi­co dovrà far scoprire la bellezza della liturgia. Perciò apriremo una nuova sezione della nostra Congregazione dedicata ad "Ar­te e musica sacra" al servizio del­la liturgia. Ciò ci porterà a offrire quanto prima criteri e orienta­menti per l'arte, il canto e la mu­sica sacri. Come pure pensiamo di offrire prima possibile criteri e orientamenti per la predicazio­ne.

Nelle chiese spariscono gli in­ginocchiatoi, la messa talvol­ta è ancora uno spazio aperto alla creatività, si tagliano per­sino le parti più sacre del ca­none: come invertire questa tendenza?


La vigilanza della Chiesa è fondamentale e non deve esse­re considerata come qualcosa di inquisitorio o repressivo, ma un servizio. In ogni caso dobbia­mo rendere tutti coscienti del­l'esigenza, non solo dei diritti dei fedeli, ma anche del "diritto di Dio".


Esiste anche il rischio oppo­sto, cioè quello di credere che la sacralità della liturgia dipenda dalla ricchezza dei paramenti: una posizione frutto di estetismo che sem­bra ignorare il cuore della li­turgia...


La bellezza è fondamentale, ma è qualcosa di ben diverso da un'estetismo vuoto, formalista e sterile, nel quale invece talvol­ta si cade. Esiste il rischio di cre­dere che la bellezza e la sacralità del liturgia dipendano dalla ric­chezza o dall'antichità dei para­menti. Ci vuole una buona for­mazione e una buona catechesi basata sul Catechismo della Chiesa cattolica, evitando an­che il rischio opposto, quello della banalizzazione, e agendo con decisione ed energia quan­do si ricorre a usanze che hanno avuto il loro senso nel passato ma oggi non ce l'hanno o non aiutano in alcun modo la verità della celebrazione.


Può dare qualche indicazio­ne concreta su che cosa po­trebbe cambiare nella litur­gia?


Più che pensare a cambia­menti, dobbiamo impegnarci nel ravvivare e promuovere un nuovo movimento liturgico, se­guendo l'insegnamento di Bene­detto XVI, e ravvivare il senso del sacro e del Mistero, metten­do Dio al centro di tutto. Dobbia­mo dare impulso all'adorazio­ne eucaristica, rinnovare e mi­gliorare il canto liturgico, colti­vare il silenzio, dare più spazio alla meditazione. Da questo sca­turiranno i cambiamenti...».

Friday, July 2, 2010

Il parroco che ha abolito il Concilio

https://c2.staticflickr.com/6/5010/5265014078_af9f683003.jpgIl parroco che ha abolito il Concilio
Un sacerdote del casertano ripristina la vecchia Messa in latino.
Il vescovo gli chiede di andarsene.
Ratzinger gli scrive: «Ti capisco»


Articolo tratto da Il Giornale, 17 gennaio 2001, p. 19


La porta si apre su quella che ha tutta l’aria di essere una legnaia, un deposito oppure una vecchia cantina. E invece è la casa, anzi la canonica della chiesa parrocchiale di Fontanaradina, frazione di Sessa Aurunca, 170 abitanti e un pugno di vecchie abitazioni abbarbicate sui monti del casertano.

Don Louis Demornex, il parroco, è un gigante buono con la barba bianca e la talare nera, che porta i sandali anche d’inverno. Sessant’anni, figlio di montanari francesi, vive qui dal 1970, anno della sua ordinazione sacerdotale. Ha in cura d’anime anche le parrocchie di altre due frazioni, Corigliano e Aulpi, e si muove su e giù per la montagna alla guida di una Peugeot scassata le cui lamiere sembrano rimanere assemblate solo in virtù dello sguardo miracoloso della Madonnina di gesso piazzata sul cruscotto. «Quando sono entrato in questa casa - dice - il tetto era sfondato e mancavano le finestre. La chiamavo la mia Betlemme. Poi, grazie all’aiuto dei ragazzi della parrocchia, abbiamo fatto l’impianto elettrico e portato l’acqua corrente. Adesso la chiamo la mia Nazareth…».

Questo prete che vive davvero in povertà («non ho nulla, l’unica mia ricchezza è dentro al Tabernacolo»), dal 1° febbraio 2000, di punto in bianco, ha iniziato a celebrare le Messe domenicali nelle sue tre parrocchie secondo l’antico rito tridentino rimasto in vigore fino al Concilio Vaticano II. Messale di San Pio V, preghiere rigorosamente in latino, spalle ai fedeli, canti gregoriani. Padre Louis ha scritto tre lettere ai suoi fedeli, per chiarire la sua decisione. Ha spiegato che all’origine c’è la mancanza di rispetto verso l’Eucarestia che caratterizza, a suo dire, il nuovo rito: «Oggi i frammenti consacrati vengono profanati, le briciole cadono per terra e sono calpestate. E poi il sacerdote non si purifica più le mani, oppure se le lava, ma butta l’acqua… Tutto ciò fa pensare a una donna che butta il suo concepimento nelle immondizie. Chi fa così, o non crede più che ogni frammento sia Gesù Cristo intero, ed è quindi eretico. Oppure ci crede, e allora è sacrilego».

Don Demornex ha preso la sua clamorosa decisione anche per una questione «caratteriale»: «Non ce la faccio a dire Messa rivolto al popolo - dice - mi distraggo, non riesco a mantenere il raccoglimento. E poi il rito tridentino non è stato mai abolito: Giovanni Paolo II ha concesso un indulto, permettendolo. Nei giorni feriali, quando i fedeli si contano sulle dita di una mano, io lo usavo già da tempo. Ora ho cominciato a celebrare così anche la domenica».

Per tre mesi non accade nulla. Anche se nelle chiese di Fontanaradina, Corigliano e Aulpi l’orologio sembra essere tornato indietro di trent’anni, la frequenza alla Messa domenicale rimane alta. Qualche parrocchiano protesta, qualche altro va a Messa altrove. Alcuni, però, cominciano ad arrivare dai comuni limitrofi. Poi, lo scorso 6 maggio, un sabato, il vescovo di Sessa Aurunca, Antonio Napolitano, interviene. Com’era prevedibile. Fa scendere il corpulento sacerdote dalla montagna per consegnargli una lettera, nella quale lo accusa di svolgere la sua azione pastorale in «modo arretrato e arcaico». «Ho saputo - scrive il vescovo - che lei si discosta palesemente dalle disposizioni liturgiche vigenti» e celebra «l’Eucarestia voltando le spalle al popolo di Dio, contravvenendo alla Costituzione apostolica di Paolo VI con la quale si promulga il messale riformato a norma del Concilio». Conclusione: «La invito a rivedere il suo comportamento e magari anche l’inserimento nella diocesi di Sessa Aurunca… Altrimenti è libero di scegliere altre diocesi che meglio soddisfino le sue idee». Un chiaro invito a cambiare strada, oppure a fare le valigie. Nonostante la carenza di preti, la disciplina è disciplina.

Poche ore dopo averla ricevuta, don Demornex legge la lettera a tutti i suoi parrocchiani, durante le tre Messe celebrate domenica 7 maggio. «Vi chiedo scusa se vi ho scandalizzato - dice dal pulpito - se vi ho traviati, se sono stato un cattivo parroco. Me ne devo andare». La reazione dei fedeli è inaspettata e sorprendente: pianti, abbracci, suppliche di ritornare sulla decisione. I giovani, appena usciti dalla chiesa, saltano in macchina e iniziano una raccolta di firme in favore del parroco. In appena due ore ne trovano ben 400 (Corigliano fa 600 abitanti), mentre a Sessa Aurunca firmano in 800. «Prima che arrivasse don Louis - si legge nella lettera scritta a mano dai parrocchiani - c’era poca gente che andava a Messa, pochi frequentavano i sacramenti. Ora la partecipazione è massiccia, c’è un grande lavoro di catechesi, è stata ripristinata l’Azione cattolica, l’adorazione delle quarant’ore, le novene per i santi, tante devozioni considerate da molti dei passatempi per vecchiette che invece sono di aiuto al cammino di fede».

Nonostante l’affetto dei fedeli, l’«antiquato» padre Demornex è deciso a lasciare le sue tre parrocchie. Le manifestazioni del popolo lo sorprendono, ma non gli fanno cambiare idea: «Io ho sempre cercato di fare la volontà di Dio, non quella della gente. E il Vangelo insegna: la folla che oggi ti acclama con le palme domani può gridare “crocifiggilo”». Se ne va a Napoli, in casa di amici, e scrive il suo congedo al vescovo: «Ho commesso l’errore imperdonabile di farmi amare e stimare per motivi pre-conciliari». Ma i fedeli insistono, organizzano proteste davanti alla curia di Sessa Aurunca, chiedono udienza al vescovo. Monsignor Napolitano dice loro: «Io non l’ho mandato via». Così, dopo appena otto giorni di «esilio» e tante suppliche dei parrocchiani, il sacerdote ritorna. E continua, da allora, a celebrare indisturbato la Messa tridentina. «Ho educato i giovani a seguirla e lo fanno volentieri - spiega don Louis -. Per me l’importante non è il rito antico, ma il suo contenuto. Con la Messa di San Pio V era la Chiesa che celebrava in te. La nuova Messa, invece, non è mai esistita, perché ognuno la celebra a modo suo, con creatività, introducendo variazioni».

Negli occhi chiari del gigante con la tonaca c’è una grande serenità, nonostante la polmonite che lo affligge. Si commuove mentre fa il cicerone nella piccola chiesa, mostrando le reliquie di Santa Teresina del Bambin Gesù e di San Pio X che ornano l’altare. Ha lo sguardo di un bambino a cui hanno appena regalato tutti i giocattoli del mondo. «Da quando ho ricominciato a dire la vecchia Messa sono ringiovanito. Ora sono in attesa delle decisioni del mio vescovo. In marzo ci sarà la visita pastorale, poi vedremo. Forse dovrò lasciare la parrocchia… Ma, per favore, non dica che sono un seguace di monsignor Lefébvre, perché non è vero. Io non appartengo a un partito. Sono e voglio essere, per grazia di Dio, soltanto un cattolico».

Tra le carte che don Louis ha appoggiato sul tavolo della piccola cucina dai muri scrostati, c’è una missiva di solidarietà che arriva dal Vaticano. È del cardinale Joseph Ratzinger, il Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, che nella sua autobiografia (La mia vita, San Paolo editore, 1997) afferma: «Sono convinto che la crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo dipende in gran parte dal crollo della liturgia… La riforma liturgica ha prodotto danni estremamente gravi per la fede». Il parroco, che ora è seduto davanti a un piatto fumante di minestra di lenticchie appena scodellata per l’ospite e per sé, non vuol parlare di questa lettera. Poi, dopo aver resistito a lungo all’insistenza del cronista, ammette: «Sì, ho scritto al cardinale per raccontargli la mia storia e i motivi che mi hanno spinto a celebrare col vecchio messale. E lui mi ha risposto».

Il 15 luglio 2000, il principe della Chiesa custode dell’ortodossia cattolica ha risposto proprio a lui, al prete con i sandali che vive nella fredda e spoglia «Nazareth» di Fontanaradina. «La sua lettera mi ha colpito e mi ha commosso - si legge nella risposta di Ratzinger a don Demornex - Quello che lei dice sulla laicizzazione dei preti, sull’anarchia liturgica e sulle molteplici profanazioni dell’Eucarestia è purtroppo vero. Lei ha confidato il suo profondo disagio al vescovo: egli non l’ha compresa e l’ha invitata a lasciare la parrocchia. Dal punto di vista formale e giuridico, è un suo diritto». «Lei sa bene - conclude il cardinale - che io non posso consigliarla di ribellarsi… Stia sicuro che il Signore non ci impone mai il peso di una croce senza aiutarci a portarla. Io le prometto di portare il suo dolore nella mia preghiera davanti al Signore». Don Louis Demornex ha scoperto di avere un amico anche a Roma.

Andrea Tornielli

Godwin Xuereb, President, Pro Tridentina (Malta)'s comment: an old but still relevant article. This situation is still prevalent in many dioceses, notwithstanding that the motu proprio Summorum Pontificum was enacted nearly 3 years ago.