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Sunday, March 7, 2010

Note storico-liturgiche sul rito dell'Eucaristia


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Note storico-liturgiche sul rito dell'Eucaristia
"Come il lattante in braccio a chi lo nutre"




di Mons. Athanasius Schneider, Vescovo ausiliare di Karaganda, Kazachistan. 
L'articolo è stato pubblicato dall'Osservatore Romano il 9 gennaio 2008.

Giovanni Paolo II nella sua ultima enciclica, Ecclesia de Eucaristia, ha lasciato alla Chiesa un'ammonizione ardente che suona come un vero testamento: "Dobbiamo badare con ogni premura a non attenuare alcuna dimensione o esigenza dell'Eucaristia. Così ci dimostriamo veramente consapevoli della grandezza di questo dono (...) non c'è pericolo di esagerare nella cura di questo Mistero!" (n. 61). La consapevolezza della grandezza del mistero eucaristico si mostra in modo particolare nella maniera con cui è distribuito e ricevuto il Corpo del Signore.

 Consapevole della grandezza del momento della sacra Comunione, la Chiesa nella sua bimillenaria tradizione ha cercato di trovare un'espressione rituale che potesse testimoniare nel modo più perfetto possibile la sua fede, il suo amore e il suo rispetto. Questo si è verificato, quando nella scia d'uno sviluppo organico, a partire almeno dal sesto secolo, la Chiesa cominciò ad adottare la modalità di distribuire le sacre specie eucaristiche direttamente in bocca. Così testimoniano: la biografia di Papa Gregorio Magno e un'indicazione dello stesso Gregorio relativa a Papa Agapito (Dialoghi, III).

Il sinodo di Cordoba dell'anno 839 condannò la setta dei cosiddetti "casiani" a causa del loro rifiuto di ricevere la sacra Comunione direttamente in bocca. Poi il sinodo di Rouen nell'anno 878 ribadì la norma vigente della distribuzione del Corpo del Signore sulla lingua, minacciando i ministri sacri della sospensione dal loro ufficio, se avessero distribuito ai laici la sacra Comunione sulla mano.

In Occidente, il gesto di prostrarsi e inginocchiarsi prima di ricevere il corpo del Signore si osserva negli ambienti monastici già a partire dal sesto secolo, per esempio nei monasteri di san Colombano. Più tardi - nel decimo e nell'undicesimo secolo - questo gesto si è diffuso maggiormente. Alla fine dell'età patristica la prassi di ricevere la sacra Comunione direttamente in bocca diventa quindi una prassi ormai diffusa e quasi universale.

Questo sviluppo organico si può considerare come un frutto della spiritualità e della devozione eucaristica del tempo dei Padri della Chiesa.. Già nel primo millennio, a causa del carattere altamente sacro del Pane eucaristico, la Chiesa sia in Occidente si in Oriente in un ammirevole consenso e quasi istintivamente ha percepito l'urgenza di distribuire la sacra Comunione ai laici solamente in bocca. Il liturgista Josef Andreas Jungmann spiegava che, a causa della distribuzione della Comunione direttamente in bocca, si eliminarono varie preoccupazioni: quella che i fedeli debbano avere pulite le mani, la preoccupazione ancora più grave che nessun frammento del Pane consacrato si perda, la necessità di purificare la palma della mano dopo la ricezione del sacramento. La tovaglia e, più tardi, il piattino per la Comunione saranno l'espressione di accresciuta attenzione riguardo al sacramento eucaristico.

Papa Giovanni Paolo II così insegna nell'Ecclesia de Eucaristia: "Sull'onda di questo elevato senso del mistero si comprende come la fede della Chiesa nel mistero eucaristico si sia espressa nella storia non solo attraverso l'istanza di un interiore atteggiamento di devozione, ma anche attraverso una serie di espressioni esterne" (n.49). L'atteggiamento più consono a questo dono è l'atteggiamento della ricettività, l'atteggiamento dell'umiltà del centurione, l'atteggiamento di lasciarsi nutrire, appunto l'atteggiamento del bambino. La parola di Cristo, che ci invita ad accogliere il Regno di Dio come un bambino (Cfr. Luca 18,17), può trovare la sua illustrazione in modo assai suggestivo e bello anche nel gesto di ricevere il Pane eucaristico direttamente in bocca ed in ginocchio. Giovanni Paolo II metteva in evidenza la necessità di espressioni esterne di rispetto verso il pane eucaristico: "Se la logica del ‘convito' ispira familiarità, la Chiesa non ha mai ceduto alla tentazione di banalizzare questa ‘dimestichezza' col suo Sposo dimenticando che Egli è anche il suo Signore (...) Il convito eucaristico è davvero convito ‘sacro', in cui la semplicità dei segni nasconde l'abisso della santità di Dio. Il pane che è spezzato sui nostri altari (...) è pane degli angeli, al quale non ci si può accostare che con l'umiltà del centurione del Vangelo" (n.48).

L'atteggiamento del bambino è il più vero e profondo atteggiamento di un cristiano davanti al suo Salvatore, che lo nutre con il suo corpo e il suo sangue, secondo le seguenti commoventi espressioni di Clemente di Alessandria: "Il Lògos è tutto per il bambino: padre, madre, pedagogo, nutritore. ‘Mangiate, dice Lui, la Mia carne e bevete il Mio sangue!' (...) O incredibile mistero!". (Pedagogus, I, 42,3).

Un'altra considerazione biblica è fornita dal racconto della vocazione del profeta Ezechiele. Egli ricevette simbolicamente la parola di Dio direttamente in bocca: "Apri la bocca e mangia ciò che io ti do". Io guardai ed ecco, una mano tesa verso di me teneva un rotolo (...) Io aprii la bocca ed egli mi fece mangiare quel rotolo. Io lo mangiai e fu per la mia bocca dolce come il miele" (Ezechiele, 2, 8-9; 3, 2-3). Nella sacra Comunione riceviamo la Parola, fatta carne, fatta cibo per noi piccoli, per noi bambini. Quindi, quando ci accostiamo alla sacra Comunione, possiamo ricordarci di quel gesto del profeta Ezechiele. Cristo ci nutre veramente con il Suo corpo e sangue nella sacra Comunione e ciò è paragonato nell'età patristica all'allattamento materno, come mostrano queste parole di san Giovanni Crisostomo nelle sue omelie sul Vangelo di Giovanni: "Con questo mistero eucaristico Cristo si unisce ad ogni fedele, e quelli che ha generato li nutre da sé e non li affida ad un altro. Non vedete con quanto slancio i neonati accostano le loro labbra al petto della madre? Ebbene, anche noi accostiamoci con tale ardore a questa sacra mensa e al petto di questa bevanda spirituale; anzi, con un ardore maggiore di quello dei lattanti!" (82,5).

Il gesto più tipico dell'adorazione è quello biblico dell'inginocchiarsi, come lo hanno recepito e praticato i primi cristiani. Per Tertulliano, che visse tra il secondo e il terzo secolo, la più alta forma dell'orazione è l'atto dell'adorazione di Dio, che si deve manifestare anche nel gesto della genuflessione: "Pregano tutti gli angeli, prega ogni creatura, pregano il bestiame e le belve e piegano le ginocchia" (De Oratione, 29). Sant'Agostino avvertiva che noi pecchiamo, se non adoriamo il Corpo eucaristico del Signore, quando lo riceviamo: "Nessuno mangi quella carne, se prima non l'ha adorata. Pecchiamo se non l'adoriamo" (Enarrationes in Psalmos, 98, 9).

In un antico Ordo communionis della tradizione liturgica della Chiesa copta fu stabilito: "Tutti si prostrino a terra, piccoli e grandi e così cominci la distribuzione della Comunione".

Secondo le Catechesi mistagogiche, attribuite a san Cirillo di Gerusalemme, il fedele deve ricevere la Comunione con un gesto di adorazione e venerazione: "Non stendere le mani, ma in un gesto di adorazione e venerazione accostati al calice del sangue di Cristo" (5,22).

San Giovanni Crisostomo nelle omelie sulla lettera ai Corinzi esorta coloro che si accostano al corpo eucaristico del Signore a imitare i Magi dell'Oriente nello spirito e nel gesto dell'adorazione: "Accostiamoci dunque a Lui con fervore e con ardente carità. Questo corpo, benché si trovasse in una mangiatoia, lo adorano gli stessi Magi. Ora, quegli uomini, senza conoscenza della religione ed essendo barbari, adorano il Signore con grande timore e tremore. Ebbene, noi che siamo cittadini dei cieli, cerchiamo almeno di imitare questi barbari! Tu, a differenza dei Magi, non vedi semplicemente questo corpo, ma ne hai conosciuto tutta la sua forza e tutta la sua potenza salvifica. Sproniamo dunque noi stessi, tremiamo e mostriamo una pietà maggiore di quella dei Magi" (24,5).

Sullo stretto legame tra l'adorazione e la sacra Comunione Papa Benedetto XVI nell'esortazione apostolica post-sinodale Sacramentum caritatis ha scritto: "Ricevere l'Eucaristia significa porsi in atteggiamento di adorazione verso Colui che riceviamo" (n.66). Già da cardinale, Ratzinger sottolineava questo aspetto: "Cibarsene [dell'Eucaristia] (...) è un evento spirituale, che investe tutta la realtà umana. ‘Cibarsi' di essa significa adorarla. Per questo l'adorazione (...) neppure si pone accanto alla Comunione: la Comunione raggiunge la sua profondità solo quando è sostenuta e compresa dall'adorazione (Introduzione allo spirito della liturgia, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2001, p.86).

Nel libro dell'Apocalisse, il libro della liturgia celeste, il gesto della prostrazione dei ventiquattro anziani davanti all'Agnello può essere il modello e il criterio di come la Chiesa in terra debba trattare l'Agnello di Dio quando i fedeli si avvicinano a lui nel sacramento dell'Eucaristia.

I Padri della Chiesa mostrarono una viva preoccupazione affinché non si perda nemmeno un minimo frammento del Pane eucaristico, come esortava san Cirillo di Gerusalemme in maniera suggestiva: "Sii vigilante affinché tu non perda niente del corpo del Signore. Se tu lasciassi cadere qualcosa, devi considerarlo come se tu avessi tagliato uno dei membri del tuo proprio corpo. Dimmi, ti prego, se qualcuno ti desse granelli d'oro, tu per caso non li terresti con la massima cautela e diligenza, intento a non perdere niente? Non dovresti tu curare con cautela e vigilanza ancora maggiore, affinché niente e nemmeno una briciola del corpo del Signore possa cadere a terra, perché è di gran lunga più prezioso dell'oro e delle gemme?" (Catechesi mistagogiche, 5,21).

Già Tertulliano testimoniava l'angoscia e il dolore della Chiesa perché non si perda nessun frammento: "Soffriamo angoscia perché nulla dal calice o del pane cada a terra" (De Corona, 3).

Sant'Efrem - quarto secolo - così insegnava: "Gesù ha riempito il pane di se stesso e di Spirito e lo ha chiamato il Suo corpo vivo. Ciò che adesso vi ho dato, diceva Gesù, non lo considerate pane, nemmeno calpestate i suoi frammenti. Il minimo frammento di questo pane può santificare milioni di uomini e basta per dare la vita a tutti quelli che lo mangiano" (Sermones in hebdomada sancta, 4,4).

Nella tradizione liturgica della Chiesa copta si trova la seguente avvertenza: "Non c'è nessuna differenza tra le parti maggiori o minori dell'Eucaristia, persino quelle minime che non si possono percepire con l'acutezza della vista; esse meritano la stessa venerazione e possiedono la stessa dignità come il pane intero" (Heinrich Denzinger, Ritus Orientalium, Wurzuburg, 1863, I, p.405).

In alcune liturgie orientali il Pane consacrato è designato con il nome "perla". Così nelle Collectiones canonum Copticae si dice: "Dio non voglia! Che nulla delle perle o dei frammenti consacrati aderisca alle dita o cada a terra!". L'estrema vigilanza a cura della Chiesa dei primi secoli affinché non si perdesse nessun frammento del Pane eucaristico era un fenomeno universalmente diffuso: Roma (cfr Ippolito, Traditio apostolica, 32), Africa del nord (cfr Tertulliano, De Corona, 3, 4), Gallia (cfr Cesario di Arles, Sermo, 78, 2), Egitto (cfr Girolamo, In Psalmos, 147, 14), Siria (Efrem, In hebdomada sanctam, 4, 4).

Nella Chiesa antica gli uomini prima di ricevere il pane consacrato dovevano lavarsi la palma della mano. Inoltre il fedele s'inclinava profondamente ricevendo il Corpo del Signore con la bocca direttamente dalla palma della mano destra e non dalla mano sinistra. La palma della mano serviva per così dire come patena o come corporale - specialmente per le donne. Così si legge in un sermone di Cesario di Arles (470-542): "Tutti gli uomini che desiderano comunicarsi, devono lavare le proprie mani. E tutte le donne devono portare un lino, sul quale ricevono il corpo di Cristo" (Sermo, 227, 5).

Di solito la palma della mano veniva purificata ossia lavata dopo la ricezione del pane eucaristico come è finora norma nella Comunione del clero nel rito bizantino.

Nei vecchi canoni della Chiesa caldea, persino al sacerdote celebrante era vietato di mettere il pane eucaristico nella propria bocca con le dita. Invece doveva prendere il corpo del Signore dalla palma della sua mano; come motivo era indicato che si trattava non di cibo comune, ma di cibo celeste: "Al sacerdote - si legge nel Canone di Ioannis Bar-Agbari - si ordina di ricevere la particella del pane consacrato direttamente dalla palma della sua mano. Non gli sia permesso di metterla con la mano nella bocca, ma deve prenderla con la bocca, poiché si tratta di un cibo celeste".

Nell'antica Chiesa siriaca il rito della distribuzione della Comunione era comparato con la scena della purificazione del profeta Isaia da parte di uno dei serafini. In uno dei suoi sermoni sant'Efrem lascia parlare Cristo con queste espressioni: "Il carbone portato santificò le labbra di Isaia. Sono Io, che, portato adesso a voi per mezzo del pane, vi ho santificato. Le molle che ha visto il profeta e con le quali fu preso il carbone dall'altare, erano la figura di Me nel grande sacramento. Isaia ha visto Me, così come voi vedete Me adesso stendendo la Mia mano destra e portando alle vostre bocche il pane vivo. Le molle sono la Mia mano destra. Io faccio le veci del serafino. Il carbone è il Mio corpo. Tutti voi siete Isaia" (Sermones in hebdomada sancta, 4, 5).

Nella liturgia di san Giacomo, prima di distribuire ai fedeli la sacra Comunione, il sacerdote recita questa preghiera: "il Signore ci benedica e ci renda degni di prendere con mani immacolate il carbone acceso, mettendolo nella bocca dei fedeli".

Se ogni celebrazione liturgica è azione sacra per eccellenza (cfr Sacrosanctum concilium, n.7), lo deve essere soprattutto il rito della sacra Comunione. Giovanni Paolo II insisteva sul fatto che, dinanzi alla cultura secolarizzata del tempo moderno, la Chiesa di oggi debba sentire uno speciale dovere riguardo alla sacralità dell'Eucaristia: "Bisogna ricordarlo sempre, e forse soprattutto nel nostro tempo, nel quale osserviamo una tendenza a cancellare la distinzione tra sacrum e profanum, data la generale diffusa tendenza - almeno in certi luoghi - alla dissacrazione di ogni cosa. In tale realtà la Chiesa ha il particolare dovere di assicurare e corroborare il sacrum dell'Eucaristia. Nella nostra società pluralistica, e spesso anche deliberatamente secolarizzata, la viva fede della comunità cristiana garantisce a questo sacrum il diritto di cittadinanza" (Dominicae cenae, 8).

In base all'esperienza fatta nei primi secoli, alla crescita organica nella comprensione teologica del mistero eucaristico e al conseguente sviluppo rituale, il modo di distribuire la Comunione sulla mano fu limitato alla fine dell'età patristica ad un gruppo qualificato, cioè al clero, come è finora nel caso dei riti orientali. Ai laici si cominciò pertanto a distribuire il pane eucaristico - intinto nel vino consacrato nei Riti orientali - direttamente in bocca. Sulla mano si distribuisce nei Riti orientali soltanto il pane non consacrato, il cosiddetto antidoron. Così si mostra in maniera evidente anche la differenza tra Pane eucaristico e pane semplicemente benedetto. La più frequente ammonizione dei Padri della Chiesa sull'atteggiamento da avere durante la sacra Comunione suonava così: cum amore ac timore.

Lo spirito autentico della devozione eucaristica dei Padri della Chiesa si sviluppò organicamente alla fine dell'antichità in tutta la Chiesa - Oriente e Occidente - nei corrispondenti gesti del modo di ricevere la sacra Comunione in bocca con la precedente prostrazione a terra - Oriente - o inginocchiati - Occidente. Non corrisponderebbe maggiormente all'intima realtà e verità del pane consacrato, se anche oggi il fedele per riceverlo si prostrasse a terra aprendo la bocca come il profeta che riceveva la parola di Dio (cfr Ezechiele, 2) e lasciandosi nutrire come un bambino - poiché la Comunione è un allattamento spirituale? Un tale gesto sarebbe anche un impressionante segno della professione di fede nella presenza reale di Dio in mezzo ai fedeli. Se sopraggiungesse qualche non credente e osservasse un tale atto di adorazione, forse anche lui "si prostrerebbe a terra e adorerebbe Dio, proclamando che veramente Dio è tra voi" (1 Corinzi, 14, 24-25).

Saturday, September 19, 2009

Il Motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI – Parte II




Il Motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI – Parte II


di Cristina Siccardi


La riforma liturgica del 1970 rappresenta la massima realizzazione della montante marea del desiderio di rinnovamento all’interno della Chiesa, di cui il Concilio Vaticano II fu il vessillo, più che la base dottrinale. In contrasto con quanto stabilito dalla Costituzione Conciliare Sacrosantum Concilium, la quale prevedeva il mantenimento dell’idioma di Cicerone e di Sant’Agostino quale lingua liturgica per tutta la Chiesa latina, la riforma in parola decretò il passaggio alle lingue nazionali di tutta la Liturgia. La portata del mutamento fu enorme, anche in quanto, al di là delle differenze contenutistiche dei riti, l’abbandono della lingua dei Cesari decretò la morte del concetto stesso di lingua sacra all’interno della Chiesa cattolica, eliminando questo strumento che l’aveva accompagnata, almeno nella sua parte occidentale, fin dal suo sorgere, prima con il greco e, poi, con il latino.

Il «fenomeno generale delle lingue sacrali […], ampiamente diffuso, scaturisce dalla tensione che l’uomo avverte tra la vita di ogni giorno e ciò che per l’uomo religioso appartiene al mondo soprannaturale, divino. Tale tensione ha conseguenze per la lingua umana, strumento così profondamente umano e al contempo così delicato. […]

Questo carattere sacrale dell’antica liturgia latina, manifestantesi in una stilizzazione rigida, monumentale, che solleva letteralmente la preghiera al di sopra delle banalità della vita di ogni giorno, ha entusiasmato, ha infiammato i fedeli nel corso dei secoli. Si desidererebbe che nelle traduzioni dei testi liturgici nelle lingue nazionali si conservi qualcosa della loro grandezza sacrale. [Concetto che Benedetto XVI riprende nella Lettera inviata ai Vescovi in accompagnamento al motu proprio Summorum Pontificum]. Purtroppo ci si imbatte in grosse difficoltà; molti fedeli del nostro tempo hanno perso il senso del sacrale. Ma anche quando si cerca onestamente di conservare il carattere sacrale dei testi latini non è facile trovare una forma equivalente nelle lingue nazionali moderne. La maggior parte di esse è così “laicizzata” da non possedere più, o quasi più, i mezzi per una stilizzazione sacrale. Ciò che sono riusciti a realizzare i cristiani latini dei primi secoli soltanto in un periodo avanzato, attingendo alla pienezza dell’uso linguistico cristiano, potrà maturare soltanto lentamente nelle nostre lingue, se si vuol conservare il carattere sacrale dei testi liturgici. Richiederà molto sforzo ed una ricerca “amorosa” delle possibilità offerte dalla propria lingua il tentare la realizzazione di traduzioni corrispondenti al nostro tempo: traduzioni che non pregiudichino la ricchezza spirituale dei testi liturgici.

[…] La secolare tradizione letteraria di Roma, sia nella sua forma profana che cristiana, sopravviverà nel latino medievale. Con ciò inizia però una nuova fase della vita del latino, in cui si incontrano e si alimentano reciprocamente nel corso dei secoli le due suddette tradizioni. Questo latino medievale, lingua ufficiale della Chiesa, dell’insegnamento, all’inizio soprattutto nelle mani di ecclesiastici, e lingua universale di una cultura in lenta ascesa, costituirà per secoli il fermentum e il vinculum unitatis dei popoli dell’Europa occidentale. Più di ogni altro elemento esso ha favorito il sorgere di una cultura cristiana occidentale.» (Christine Mohrmann, Unità e continuità del latino cristiano antico nella Chiesa d’occidente, in Osservatore Romano, inserto speciale per l’ottantesimo compleanno di Sua Santità Papa Paolo VI f.r., 25 settembre 1977).

La perdita della lingua sacrale della Chiesa ha vieppiù acuito il senso di novità e la rottura con tutta la tradizione precedente, soprattutto perché alcuni settori del mondo cattolico e della stessa gerarchia vedevano in ogni cambiamento il presupposto e la premessa per un’ulteriore smantellamento dell’edificio ecclesiale. Essi si autodefinivano come gli interpreti dello «spirito del Concilio», termine assai vago, dietro il quale si nascondeva un desiderio di una sorta di «rivoluzione permanente», che non voleva l’applicazione dei testi conciliari, quanto la loro sublimazione: il Concilio non era visto come un evento, da cui scaturivano dei portati da applicare, ma come un momento rivoluzionario, il cui valore non stava tanto in ciò che affermava, quanto nel fatto che poteva essere inteso come il grimaldello, con cui scardinare la Chiesa della Tradizione, per sostituirla con una nuova, in cui non esistesse il concetto stesso di stabilità, ma tutto fosse in divenire. È l’applicazione alla Chiesa della sindrome rivoluzionaria, che condanna i regimi sedicenti completamente nuovi e negatori di ogni continuità con il passato ad una deriva estremistica indeterminata, fino al loro crollo o alla loro trasformazione violenta, entrambi necessitati dalla materiale impossibilità di proseguire su quella strada, impossibilità normalmente rappresentata dalla fame e dalla miseria che colpiscono la stragrande maggioranza della popolazione. Gli esempi più eclatanti sono rappresentati dalla Rivoluzione francese e da quella russa.

Nella Chiesa, però, questo meccanismo non si è innescato, in quanto, la riforma liturgica non è stata presupposto di ulteriori cambiamenti, ma ha segnato, di fatto, un argine invalicabile, oltre il quale, nonostante abusi, “sperimentazioni” e “tentativi di sfondamento”, non si è andati. Si è, così, venuta a creare una situazione di stallo, nella quale l’ondata degli “innovatori” è stata arginata, ma, allo stesso tempo, il senso di cesura tra la “Chiesa post-conciliare” e la “Chiesa tridentina”, come spregiativamente veniva chiamata dai suoi detrattori la chiesa precedente al Vaticano II rimaneva profondo, sia nel sentire dei fedeli, che nei documenti ufficiali. Si aveva quasi la sensazione che il Concilio Vaticano II avesse segnato la nascita di una nuova Chiesa, molto, se non del tutto, diversa dalla precedente, ma che, allo stesso tempo, questa Chiesa nuova non fosse più in grado di rinnovarsi e che, quindi, il cammino fosse interrotto. E tutto ciò nella cornice di una progressiva marginalizzazione della Fede cattolica dal contesto sociale.

Un primo grosso scossone a questo stato di cose è stato dato da Giovanni Paolo II, che ha segnato un primo passaggio dal contenimento dell’attacco modernista, caratteristica del Pontificato di Paolo VI, all’offensiva, con il rilancio della spiritualità popolare, così censurata ed insultata dagli “innovatori”. Ma è con Benedetto XVI che la cesura è annullata e che il Concilio è letto alla luce della Chiesa di sempre; che la storia della Sposa di Cristo viene letta come un flusso ininterrotto, sia pure contrassegnato da errori e peccati, di attuazione della parola portataci dalla Parola, cioè da Gesù. Si è cessato, in altre parole, di leggere la storia della Chiesa alla luce del Concilio, ma si è iniziato a leggere il Concilio alla luce di Cristo, attualizzato nella storia dalla Sua Chiesa, in ogni epoca, senza sterili contrapposizioni.

Non è un caso che il primo atto legislativo del nuovo Pontefice sia stato il motu proprio che ha, di fatto, liberalizzato e, senza dubbio, anche se indirettamente, incoraggiato l’uso della liturgia precedente alla riforma. Essa è, per limitarci alla Santa Messa, la Liturgia del Santo Sacrificio che, con lievi ritocchi nei secoli, ha caratterizzato la Chiesa latina a partire, almeno, dal IV-V secolo. Con la profondità teologica che lo contraddistingue, Benedetto XVI ha identificato nella Messa il cuore della vita della Chiesa e nella sua Liturgia la manifestazione esterna, quindi fruibile da parte dei fedeli, di tale cuore. E, già da Cardinale, Joseph Ratzginer preannunciava ciò che avrebbe fatto, poi, da Pontefice, dimostrando come questo atto, centrale nel suo pontificato, sia il frutto di anni di riflessione e di preghiera. «Personalmente ritengo che si dovrebbe essere più generosi nel consentire l'antico rito a coloro che lo desiderano. Non si vede proprio che cosa debba esserci di pericoloso o inaccettabile. Una comunità mette in questione se stessa, quando considera improvvisamente proibito quello che fino a poco tempo prima le appariva sacro e quando ne fa sentire riprovevole il desiderio. Perché le si dovrebbe credere ancora? Non vieterà forse domani, ciò che oggi prescrive? Ma un semplice ritorno all'antico non è una soluzione. La nostra cultura si è così trasformata negli ultimi trent'anni che una liturgia celebrata esclusivamente in latino comporterebbe un'esperienza di estraniamento, insuperabile per molte persone. Quello di cui abbiamo bisogno è una nuova educazione liturgica, soprattutto dei sacerdoti. Deve diventare nuovamente chiaro che la scienza liturgica non esiste per produrre continuamente nuovi modelli, come può valere per l'industria automobilistica. Esiste per introdurre l'uomo nelle feste e nella celebrazione, per disporre gli uomini ad accogliere il Mistero.» (cfr. Joseph Ratzginer, Il sale della terra. Cristianesimo e Chiesa Cattolica nella svolta del terzo millennio. Un colloquio con Peter Seewald, Cinisello Balsamo: Ed. S.Paolo, pp. 199-202).