Saturday, October 31, 2009

Il modello Benedetto XVI per gli anglicani... e per i lefebvriani?







di Massimo Introvigne




La “Nota informativa” della Congregazione per la Dottrina della Fede pubblicata martedì 20 ottobre “circa gli ordinariati personali per anglicani che entrano nella Chiesa Cattolica” rappresenta una piccola rivoluzione nell’accostamento all’ecumenismo e s’inserisce pienamente nel magistero di Benedetto XVI. Offre anche un modello per il futuro ritorno alla Chiesa Cattolica di altri gruppi dottrinalmente vicini, ma con cui permangono divergenze sul piano disciplinare e liturgico..




Riassunto delle puntate precedenti: dopo il Concilio Ecumenico Vaticano II molte diocesi cattoliche, e molti esperti di ecumenismo, hanno scoraggiato il ritorno di singoli protestanti, ortodossi e anche anglicani alla Chiesa Cattolica. Accogliere oggi singole persone o gruppi, si diceva, avrebbe irritato i dirigenti delle comunioni o Chiese cristiane separate e avrebbe reso più difficile domani l’integrale ritorno a Roma di queste realtà. Benedetto XVI ha sempre avuto molti dubbi su questo accostamento, ritenendolo tipico di una sorta di “ultra-ecumenismo” che rischia di scadere nel relativismo. Sul piano teorico, non incoraggiare o addirittura ostacolare queste conversioni implica l’idea secondo cui è indifferente essere cattolici oppure protestanti, anglicani e così via. Nell’enciclica “Caritas in veritate” il Papa ha invece precisato che la dottrina della libertà religiosa proclamata dal Vaticano II “non significa indifferentismo religioso e non comporta che tutte le religioni siano uguali”. Sul piano pratico, Benedetto XVI sa bene che la piena unione con la maggioranza delle denominazioni separate da Roma nel loro insieme è un obiettivo talmente difficile da doverlo considerare umanamente impossibile. Gli anglicani – come ricorda la Nota – ci hanno messo del loro, prima ammettendo al sacerdozio e all’episcopato le donne, poi accogliendo e perfino celebrando i matrimoni omosessuali.




A questo punto il Papa ha detto basta: e la Nota permette di accogliere non solo singoli anglicani, ma interi gruppi anche molto numerosi – gli interessati sarebbero centinaia di migliaia, se non milioni – che rifiutano il sacerdozio femminile e le unioni omosessuali. Questi gruppi – ed è qui la novità – potranno mantenere le loro peculiarità liturgiche e i loro pastori anglicani sposati, che – rimanendo sposati – saranno ordinati ricorrendone le condizioni sacerdoti cattolici, anche se solo i celibi potranno diventare vescovi. Infatti per la Chiesa Cattolica il celibato sacerdotale è una questione puramente disciplinare, che ammette deroghe, mentre l’esclusione delle donne dal sacerdozio è una questione dogmatica e non tollera eccezioni.




La Nota rappresenta non solo la fine di un “ultra-ecumenismo” relativista, ma anche un modello per accogliere nella Chiesa Cattolica gruppi molto numerosi di fedeli – per esempio intere Chiese ortodosse e, perché no, il tradizionalismo lefebvriano – che potranno conservare le loro particolarità liturgiche e spirituali e i loro vescovi. A patto, naturalmente, di aderire integralmente alla dottrina cattolica e di riconoscere l’autorità del Papa.



Godwin's comment: Prof. Introvigne was in Malta in the past days and a group of persons (including the undersigned and other members of Pro Tridentina) had the opportunity to discuss various issues with him during a dinner on the 28th October. Thanks goes to Prof. Introvigne and the organisers.

Saturday, October 17, 2009

La riforma liturgica

Testo tratto da una conferenza del Card. Alfons Maria Stickler tenuta a New York nel maggio del 1995



La riforma liturgica ha totalmente distrutto un principio teologico che, pure, era stato affermato sia dal Concilio di Trento come dallo stesso Vaticano II dopo una lunga e approfondita discussione, alla quale io assistevo per cui posso affermare che la chiara risoluzione maturata in una tale discussione è stata chiaramente e sostanzialmente riaffermata nel testo votato dall'Assemblea e che fa parte della Costituzione liturgica. Questo principio è che la lingua Latina deve essere conservata nel rito Latino. Esattamente come lo permetteva il Concilio di Trento, la lingua vernacola è stata ammessa limitatamente dai padri conciliari anche del Vaticano II solo come una eccezione.


Nella riforma di Paolo VI è diventata una esclusività che ha inoltre praticamente soppiantato la lingua Latina anche come eccezione. Le ragioni teologiche del mantenimento del Latino per la Messa, stabilite dai due Concili, appaiono ben giustificate alla luce delle conseguenze dell'uso esclusivo del vernacolo introdotto dalla riforma postconciliare. La Messa stessa è stata spesso volgarizzata dall'uso del vernacolo e anche gravi errori dottrinali o malintesi sono il risultato della traduzione del testo originale latino. In più, il vernacolo non fu permesso prima non solo nemmeno a persone che erano illetterate, ma anche a quelle che erano del tutto estranee le une alle altre. Ai nostri giorni le differenti lingue e anche i dialetti dei Cattolici di tribù o nazioni diverse possono essere utilizzati per il culto, mentre viviamo in un mondo che diviene di giorno in giorno sempre più piccolo: questa Babele nel culto pubblico ha per risultato la perdita dell'unità esterna in seno alla Chiesa Cattolica diffusa nel mondo intero che una volta era unita in una voce comune; proprio ora che si mette l'accento sulla vita comunitaria anche nel culto, si è abbandonata questa voce comune.In più: questa situazione è divenuta molte volte la causa di disunione interna in seno alla Messa, la quale doveva essere il centro ed anche l'espressione della concordia interna ed esterna dei Cattolici di tutto il mondo. Abbiamo molti esempi di questo fatto di disunione dovuta all'uso della lingua volgare.


Aggiungiamo un'altra considerazione di ordine assai pratico: una volta qualunque sacerdote poteva dire la Messa in tutto il mondo per tutte le comunità di qualunque lingua vernacola e tutti i sacerdoti comprendevano il Latino. Sfortunatamente ai nostri giorni nessun sacerdote può dire la Messa dappertutto. Dobbiamo ammettere che in qualche decennio, dopo la riforma della lingua liturgica, noi abbiamo perduto la possibilità di poter pregare e cantare insieme, anche nelle grandi assemblee comunitarie e internazionali come nei Congressi Eucaristici e perfino negli incontri con Papa che è centro e l'espressione di questa nostra unità interna ed esterna.


Finalmente dobbiamo considerare alla luce del Concilio di Trento con preoccupazione il comportamento di non pochi ministri sacri: questo Concilio ha sottolineato lo stretto rapporto che esiste tra il loro comportamento ed il loro sacro ministero. Il corretto comportamento clericale nel vestito, contegno ed atteggiamento incoraggia la gente ad accettare ciò che dicono ed insegnano i loro pastori. Sfortunatamente, il comportamento meno esemplare di numerosi sacerdoti fa oggi spesso dimenticare la differenza ontologica tra il ministro sacro ed il laico ed accentua una deplorevole disuguaglianza tra il sacro ministro e la sua natura come "alter Christus".


Riassumendo le nostre riflessioni possiamo dire che l'attattiva teologica della Messa tridentina fa riscontro alle deficienze teologiche della Messa uscita dal Vaticano II. Per questa ragione i "Christi Fidelis" della tradizione teologica devono continuare a manifestare in uno spirito di obbedienza ai Superiori legittimi il loro giusto desiderio e la loro preferenza pastorale per la Messa Tridentina.

Sunday, October 11, 2009

Baltimore Catechism: "On the Sacrifice of the Mass"




LESSON 24 - ON THE SACRIFICE OF THE MASS

Q. 916. When and where are the bread and wine changed into the body and blood of Christ?

A. The bread and wine are changed into the body and blood of Christ at the Consecration in the Mass.

Q. 917. What is the Mass?

A. The Mass is the unbloody sacrifice of the body and blood of Christ.

Q. 918. Why is this Sacrifice called the Mass?

A. This Sacrifice is called the "Mass" very probably from the words "Ite Missa est," used by the priest as he tells the people to depart when the Holy Sacrifice is ended.

Q. 919. What is a sacrifice?

A. A sacrifice is the offering of an object by a priest to God alone, and the consuming of it to acknowledge that He is the Creator and Lord of all things.

Q. 920. Is the Mass the same sacrifice as that of the Cross?

A. The Mass is the same sacrifice as that of the Cross.

Q. 921. How is the Mass the same sacrifice as that of the Cross?

A. The Mass is the same sacrifice as that of the Cross because the offering and the priest are the same -- Christ our Blessed Lord; and the ends for which the sacrifice of the Mass is offered are the same as those of the sacrifice of the Cross.

Q. 922. What were the ends for which the sacrifice of the Cross was offered?

A. The ends for which the sacrifice of the Cross was offered were: 1. To honor and glorify God; 2. To thank Him for all the graces bestowed on the whole world; 3. To satisfy God's justice for the sins of men; 4. To obtain all graces and blessings.

Q. 923. How are the fruits of the Mass distributed?

A. The fruits of the Mass are distributed thus: 1. The first benefit is bestowed on the priest who says the Mass; 2. The second on the person for whom the Mass is said, or for the intention for which it is said; 3. The third on those who are present at the Mass, and particularly on those who serve it, and 4. The fourth on all the faithful who are in communion with the Church.

Q. 924. Are all Masses of equal value in themselves or do they differ in worth?

A. All Masses are equal in value in themselves and do not differ in worth, but only in the solemnity with which they are celebrated or in the end for which they are offered.

Q. 925. How are Masses distinguished?

A. Masses are distinguished thus: 1. When the Mass is sung by a bishop, assisted by a deacon and sub-deacon, it is called a Pontifical Mass; 2. When it is sung by a priest, assisted by a deacon and sub-deacon, it is called a Solemn Mass; 3. When sung by a priest without deacon and sub-deacon, it is called a Missa Cantata or High Mass; 4. When the Mass is only read in a low tone it is called a low or private Mass.

Q. 926. For what end or intention may Mass be offered?

A. Mass may be offered for any end or intention that tends to the honor and glory of God, to the good of the Church or the welfare of man; but never for any object that is bad in itself, or in its aims; neither can it be offered publicly for persons who are not members of the true Church.

Q. 927. Explain what is meant by Requiem, Nuptial and Votive Masses.

A. A Requiem Mass is one said in black vestments and with special prayers for the dead. A Nuptial Mass is one said at the marriage of two Catholics, and it has special prayers for their benefit. A Votive Mass is one said in honor of some particular mystery or saint, on a day not set apart by the Church for the honor of that mystery or saint.

Q. 928. From what may we learn that we are to offer up the Holy Sacrifice with the priest?

A. We may learn that we are to offer up the Holy Sacrifice with the priest from the words used in the Mass itself; for the priest, after offering up the bread and wine for the Sacrifice, turns to the people and says: "Orate Fratres," etc., which means: "Pray, brethren, that my sacrifice and yours may be acceptable to God the Father Almighty," and the server answers in our name: "May the Lord receive the sacrifice from thy hands to the praise and glory of His own name, and to our benefit and that of all His Holy Church."

Q. 929. From what did the custom of making an offering to the priest for saying Mass arise?

A. The custom of making an offering to the priest for saying Mass arose from the old custom of bringing to the priest the bread and wine necessary for the celebration of Mass.

Q. 930. Is it not simony, or the buying of a sacred thing, to offer the priest money for saying Mass for your intention?

A. It is not simony, or the buying of a sacred thing, to offer the priest money for saying Mass for our intention, because the priest does not take the money for the Mass itself, but for the purpose of supplying the things necessary for Mass and for his own support.

Q. 931. Is there any difference between the sacrifice of the Cross and the sacrifice of the Mass?

A. Yes; the manner in which the sacrifice is offered is different. On the Cross Christ really shed His blood and was really slain; in the Mass there is no real shedding of blood nor real death, because Christ can die no more; but the sacrifice of the Mass, through the separate consecration of the bread and the wine, represents His death on the Cross.

Q. 932. What are the chief parts of the Mass?

A. The chief parts of the Mass are: 1. The Offertory, at which the priests offers to God the bread and wine to be changed at the Consecration; 2. The Consecration, at which the substance of the bread and wine are changed into the substance of Christ's body and blood; 3. The Communion, at which the priest receives into his own body the Holy Eucharist under the appearance of both bread and wine.

Q. 933. At what part of the Mass does the Offertory take place, and what parts of the Mass are said before it?

A. The Offertory takes place immediately after the uncovering of the chalice. The parts of the Mass said before it are: The Introit, Kyrie, Gloria, Prayers, Epistle, Gospel and Creed. The Introit, Prayers, Epistle and Gospel change in each Mass to correspond with the feast celebrated.

Q. 934. What is the part of the Mass called in which the Words of Consecration are found?

A. The part of the Mass in which the words of Consecration are found is called the Canon. This is the most solemn part of the Mass, and is rarely and but slightly changed in any Mass.

Q. 935. What follows the Communion of the Mass?

A. Following the Communion of Mass, there are prayers of thanksgiving, the blessing of the people, and the saying of the last Gospel.

Q. 936. What things are necessary for Mass?

A. The things necessary for Mass are: 1. An altar with linen covers, candles, crucifix, altar stone and Mass book; 2. A Chalice with all needed in its use, and bread of flour from wheat and wine from the grape; 3. Vestments for the priest, and 4. An acolyte or server.

Q. 937. What is the altar stone, and of what does it remind us?

A. The altar stone is that part of the altar upon which the priest rests the Chalice during Mass. This stone contains some holy relics sealed up in it by the bishop, and if the altar is of wood this stone is inserted just in front of the Tabernacle. The altar stone reminds us of the early history of the Church, when the martyrs' tombs were used for altars by the persecuted Christians.

Q. 938. What lesson do we learn from the practice of using martyrs' tombs for altars?

A. From the practice of using martyrs' tombs for altars we learn the inconvenience, sufferings and dangers the early Christians willingly underwent for the sake of hearing Mass. Since the Mass is the same now as it was then, we should suffer every inconvenience rather than be absent from Mass on Sundays or holy days.

Q. 939. What things are used with the chalice during Mass?

A. The things used with the chalice during Mass are: 1. The purificator or cloth for wiping the inside; 2. The paten or small silver plate used in handling the host; 3. The pall or white card used for covering the chalice at Mass; 4. The corporal or linen cloth on which the chalice and host rest.

Q. 940. What is the host?

A. The host is the name given to the thin wafer of bread used at Mass. This name is generally applied before and after Consecration to the large particle of bread used by the priest, though the small particles given to the people are also called by the same name.

Q. 941. Are large and small hosts consecrated at every Mass?

A. A large host is consecrated at every Mass, but small hosts are consecrated only at some Masses at which they are to be given to the people or placed in the Tabernacle for the Holy Communion of the faithful.

Q. 942. What vestments does the priest use at Mass and what do they signify?

A. The vestments used by the priest at Mass are: 1. The Amice, a white cloth around the shoulders to signify resistance to temptation; 2. The Alb, a long white garment to signify innocence; 3. The Cincture, a cord about the waist, to signify chastity; 4. The Maniple or hanging vestment on the left arm, to signify penance; 5. The Stole or long vestment about the neck, to signify immortality; 6. The Chasuble or long vestment over all, to signify love and remind the priest, by its cross on front and back, of the Passion of Our Lord.

Q. 943. How many colors of vestments are used, and what do the colors signify?

A. Five colors of vestments are used, namely, white, red, green, violet or purple, and black. White signifies innocence and is used on the feasts of Our Blessed Lord, of the Blessed Virgin, and of some saints. Red signifies love, and is used on the feasts of the Holy Ghost, and of martyrs. Green signifies hope, and is generally used on Sundays from Epiphany to Pentecost. Violet signifies penance, and is used in Lent and Advent. Black signifies sorrow, and is used on Good Friday and at Masses for the dead. Gold is often used for white on great feasts.

Q. 944. What is the Tabernacle and what is the Ciborium?

A. The Tabernacle is the house-shaped part of the altar where the sacred vessels containing the Blessed Sacrament are kept. The Ciborium is the large silver or gold vessel which contains the Blessed Sacrament while in the Tabernacle, and from which the priest gives Holy Communion to the people.

Q. 945. What is the Ostensorium or Monstrance?

A. The Ostensorium or Monstrance is the beautiful wheel-like vessel in which the Blessed Sacrament is exposed and kept during the Benediction.

Q. 946. How should we assist at Mass?

A. We should assist at Mass with great interior recollection and piety and with every outward mark of respect and devotion.

Q. 947. Which is the best manner of hearing Mass?

A. The best manner of hearing Mass is to offer it to God with the priest for the same purpose for which it is said, to meditate on Christ's sufferings and death, and to go to Holy Communion.

Q. 948. What is important for the proper and respectful hearing of Mass?

A. For the proper and respectful hearing of Mass it is important to be in our place before the priest comes to the altar and not to leave it before the priest leaves the altar. Thus we prevent the confusion and distraction caused by late coming and too early leaving. Standing in the doorways, blocking up passages and disputing about places should, out of respect for the Holy Sacrifice, be most carefully avoided.

Q. 949. What is Benediction of the Blessed Sacrament, and what vestments are used at it?

A. Benediction of the Blessed Sacrament is an act of divine worship in which the Blessed Sacrament, placed in the ostensorium, is exposed for the adoration of the people and is lifted up to bless them. The vestments used at Benediction are: A cope or large silk cloak and a humeral or shoulder veil.

Q. 950. Why does the priest wear special vestments and use certain ceremonies while performing his sacred duties?

A. The priest wears special vestments and uses certain ceremonies while performing his sacred duties: 1. To give greater solemnity and to command more attention and respect at divine worship; 2. To instruct the people in the things that these vestments and ceremonies signify; 3. To remind the priest himself of the importance and sacred character of the work in which he is the representative of Our Lord Himself. Hence we should learn the meaning of the ceremonies of the Church.

Q. 951. How do we show that the ceremonies of the Church are reasonable and proper?

A. We show that the ceremonies of the Church are reasonable and proper from the fact that all persons in authority, rulers, judges and masters, require certain acts of respect from their subjects, and as we know Our Lord is present on the altar, the Church requires definite acts of reverence and respect at the services held in His honor and in His presence.

Q. 952. Are there other reasons for the use of ceremonies?

A. There are other reasons for the use of ceremonies: 1. God commanded ceremonies to be used in the old law, and 2. Blessed Lord Himself made use of ceremonies in performing some of His miracles.

Q. 953. How are the persons who take part in a Solemn Mass or Vespers named?

A. The persons who take part in a Solemn Mass or Vespers are named as follows: The priest who says or celebrates the Mass is called the celebrant; those who assist him as deacon and sub-deacon are called the ministers; those who serve are called acolytes, and the one who directs the ceremonies is called the master of ceremonies. If the celebrant be a bishop, the Mass or Vespers is called Pontifical Mass or Pontifical Vespers.

Q. 954. What is Vespers?

A. Vespers is a portion of the divine office or daily prayer of the Church. It is sung in Churches generally on Sunday afternoon or evening, and is usually followed by Benediction of the Blessed Sacrament.

Q. 955. Can one satisfy for neglecting Mass on Sunday by hearing Vespers on the same day?

A. One cannot satisfy for neglecting Mass on Sunday by hearing Vespers on the same day, because there is no law of the Church obliging us under pain of sin to attend Vespers, while there is a law obliging us under pain of mortal sin to hear Mass.

Saturday, September 19, 2009

Il Motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI – Parte III



Il Motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI – Parte III


di Cristina Siccardi
Dopo aver esaminato le valutazioni di ordine dottrinale e pastorale, che hanno indotto il santo Padre a promulgare la Lettera Apostolica, motu proprio data, Summorum Pontificum, può essere interessante esaminarne il testo.
La parte introduttiva, che precede il contenuto immediatamente giuridico e vincolante, si apre con il ribadire l’eternità, per il passato come per il futuro, del principio, secondo il quale «ogni Chiesa particolare deve concordare con la Chiesa universale, non solo quanto alla dottrina della fede e ai segni sacramentali, ma anche quanto agli usi universalmente accettati dalla ininterrotta tradizione apostolica, che devono essere osservati non solo per evitare errori, ma anche per trasmettere l’integrità della fede, perché la legge della preghiera della Chiesa corrisponde alla sua legge di fede»1. Il termine “concordare” deve essere inteso in un significato molto simile a quello che ha in campo musicale. Come l’armonia è data da note diverse che cooperano e non da un unica nota ripetuta, così la liturgia della Chiesa è sempre stata rappresentata da riti diversi che, con sensibilità diverse e con diversi accenti esprimevano, però, un’unica fede, con l’unità che promana dall’adesione a Cristo, quale la Sua mistica Sposa ce lo ripresenta, mediante l’Eucaristia, e ce lo annuncia da duemila anni.
Su questa premessa, Benedetto XVI innesta una rapidissima disamina della storia liturgica della Chiesa latina. Più che un’analisi tecnica dell’evoluzioni della liturgia, si tratta di una messa a fuoco dell’idem sentire (comunanza di sentimenti), che ha caratterizzato tutti i grandi Papi riformatori in questo ambito, da san Gregorio Magno a Giovanni XXIII. Tra tutti si staglia la figura di san Pio V, «il quale sorretto da grande zelo pastorale, a seguito dell’esortazione del Concilio di Trento, rinnovò tutto il culto della Chiesa, curò l’edizione dei libri liturgici, emendati e “rinnovati secondo la norma dei Padri” e li diede in uso alla Chiesa latina.
[…] Fu questo il medesimo obbiettivo che seguirono i Romani Pontefici nel corso dei secoli seguenti assicurando l’aggiornamento o definendo i riti e i libri liturgici, e poi, all’inizio di questo secolo, intraprendendo una riforma generale»2.
Il fine che ha sempre guidato tutti questi grandi Papi riformatori è stato il desiderio di preservare la continuità spirituale della preghiera della Chiesa. Ogni mutamento, ogni aggiornamento altro non era, in realtà, che l’adeguamento ritenuto necessario alla perpetuazione dell’eterno adorare Dio della Sua Chiesa.
Anche il Concilio Vaticano II e la riforma liturgica di Paolo VI viene letta in questa chiave, sottintendendo, in maniera esplicita, quanto l’allora teologo Joseph Ratzinger aveva già scritto in più occasioni, vale a dire che il cosiddetto “spirito del Concilio”, cioè il tentativo di distruggere ogni eternità ed ogni stabilità spirituale all’interno della Chiesa, non era e non è contenuto né nel Vaticano II, né, tantomeno, nella riforma montiniana: sono gli abusi di una parte minoritaria del clero che hanno lasciato intendere che esistesse una contrapposizione tra la Chiesa conciliare e la Chiesa che l’aveva preceduta.
Il documento papale passa, poi, ad esaminare il periodo seguito alla riforma e, dalle poche parole con cui viene affrescato, s’intende chiaramente la partecipazione del Pontefice al dolore ed allo smarrimento che l’applicazione della riforma suddetta, spesso infedele ed ispirata ad attese rivoluzionarie non sue proprie, ha ingenerato in moltissimi fedeli. Chiaro è anche il partecipativo affetto con cui Papa Ratzinger parla di coloro che «aderirono e continuano ad aderire con tanto amore ed affetto alle antecedenti riforme liturgiche».
In questo quadro, viene sottolineata l’azione regolatrice e riformatrice del pontificato di Giovanni Paolo II, prima con lo speciale indulto Quattuor abhinc annos del 1984, con cui la Congregazione per il Culto Divino, «concesse la facoltà di usare il Messale Romano edito dal B.Giovanni XXIII nell’anno 1962», poi, «con la Lettera Apostolica “Ecclesia Dei”, data in forma di Motu proprio», che «esortò i Vescovi ad usare largamente e generosamente tale facoltà in favore di tutti i fedeli che lo richiedessero».
Dopo questa importante premessa, il Motu Proprio entra nel vivo della sua parte normativa.
L’art. 1 chiarisce che la Messa nuova rimane la Lex orandi ordinaria, mentre la cosiddetta Messa tridentina acquisisce la valenza di Lex orandi straordinaria, formalmente non solo lecita, ma esplicitamente riconosciuta dalla Chiesa, contro ogni interpretazione abrogazionista: nulla di ciò che la Chiesa ha considerato sacro per secoli può divenire proibito o dannoso o, peggio, malvagio!
Nell’art. 2 è stabilito che ogni sacerdote abbia la facoltà di celebrare la Messa «senza il popolo» nella forma che predilige e che «non ha bisogno di alcun permesso, né della Sede Apostolica, né del suo Ordinario», vale a dire del suo Vescovo. A tale Messa «possono essere ammessi – osservate le norme del diritto – anche i fedeli che lo chiedessero di loro spontanea volontà» (art. 4).
All’art. 3 è stabilito che «le comunità degli Istituti di vita consacrata e delle Società di vita apostolica» possono celebrare la santa Messa nella forma che ritengono opportuna, purché rispettino le loro gerarchie interne.
All’art. 5, forse il più innovativo di tutto il Motu proprio, è stabilito che «nelle parrocchie, in cui esiste stabilmente un gruppo di fedeli aderenti alla precedente tradizione liturgica, il parroco» è obbligato ad accogliere le loro richieste per la celebrazione secondo il “rito tridentino”, tanto nei giorni feriali, che nelle domeniche e nelle festività. Il parroco è, altresì, tenuto a permettere ai sacerdoti ed ai fedeli che lo richiedano «le celebrazioni in questa forma straordinaria anche in circostanze particolari, come matrimoni, esequie o celebrazioni occasionali, per esempio pellegrinaggi».
«Se un gruppo di fedeli laici […] non abbia ottenuto soddisfazione alle sue richieste da parte del parroco, ne informi il Vescovo diocesano. Il Vescovo è vivamente pregate di esaudire il loro desiderio. Se egli non può provvedere per tale celebrazione, la cosa venga riferita alla Commissione Pontificia “Ecclesia Dei”» (art.7).
Anche tutti gli altri sacramenti possono essere celebrati secondo l’antico rito, secondo il prudente apprezzamento del sacerdote o del Vescovo cui competono (art. 9).
L’art. 10, inoltre prevede la possibilità, per il Vescovo, di erigere parrocchie personali per coloro che desiderano vivere la propria vita cristiana alla luce dell’antico rito, qualora lo ritenga opportuno.
Questo documento si presenta come innovativo sotto vari aspetti: la forma è assolutamente scarna; vi si esalta la libertà del singolo fedele; e, infine si ribadisce la centralità del primato petrino.
Il testo è decisamente breve, non esiste una casistica minuta ma, al contrario,m è articolato per principi generali ed astratti, denotando un introiettamento dei principi giuridici più moderni.
L’assenza di norme minute, inoltre, denota, già nella forma, una grande fiducia nell’autodeterminazione del fedele.
Questa impostazione formale trova un fortissimo riscontro nei contenuti, con la rigida tutela dei diritti del singolo Christifidelis, tramite il diretto rapporto tra questi e le autorità centrali vaticane in modo speciale la Commissione Ecclesia Dei.
La forzata armonizzazione del potere di regolamentazione della vita liturgica in capo ai Vescovi con le direttive papali rappresenta la più esplicita riaffermazione del primato petrino, sopra e oltre ogni interpretazione estensiva della collegialità dalla celebrazione del Concilio Vaticano II.
Questo Motu proprio, primo atto giuridico del pontificato di Benedetto XVI è stato presentato da molte parti come un ritorno, quasi irrazionale, ad un passato , privo di ogni ragion d’essere. Esso, invece, rappresenta la dimostrazione pratica di come , attraverso la riscoperta e la valorizzazione di tutti gli strumenti più tradizionali del culto cattolico,di fatto si riaffermi , in forme sempre nuove, il servizio di tutta la Chiesa al singolo fedele ed al suo cammino verso la Salvezza. Come Cristo è morto in Croce per espiare i peccati di ciascuno di noi, così il suo Corpo Mistico aiuta, con l’insegnamento, con la correzione e con la promozione della responsabile libertà personale, oltre che, ovviamente, attraverso i sacramenti, ciascuno di noi a giungere all’abbraccio con il Padre, che come nei confronti del Figliol prodigo, ci attende, per una eternità di divina gioia.
1 Ordinamento generale del Messale Romano, 3a ed., 2002, n. 397.
2 Giovanni Paolo II, Lett. ap. Vicesimus quintus annus, 4 décembre 1988, 3: AAS 81 (1989), 899.

Il Motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI – Parte II




Il Motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI – Parte II


di Cristina Siccardi


La riforma liturgica del 1970 rappresenta la massima realizzazione della montante marea del desiderio di rinnovamento all’interno della Chiesa, di cui il Concilio Vaticano II fu il vessillo, più che la base dottrinale. In contrasto con quanto stabilito dalla Costituzione Conciliare Sacrosantum Concilium, la quale prevedeva il mantenimento dell’idioma di Cicerone e di Sant’Agostino quale lingua liturgica per tutta la Chiesa latina, la riforma in parola decretò il passaggio alle lingue nazionali di tutta la Liturgia. La portata del mutamento fu enorme, anche in quanto, al di là delle differenze contenutistiche dei riti, l’abbandono della lingua dei Cesari decretò la morte del concetto stesso di lingua sacra all’interno della Chiesa cattolica, eliminando questo strumento che l’aveva accompagnata, almeno nella sua parte occidentale, fin dal suo sorgere, prima con il greco e, poi, con il latino.

Il «fenomeno generale delle lingue sacrali […], ampiamente diffuso, scaturisce dalla tensione che l’uomo avverte tra la vita di ogni giorno e ciò che per l’uomo religioso appartiene al mondo soprannaturale, divino. Tale tensione ha conseguenze per la lingua umana, strumento così profondamente umano e al contempo così delicato. […]

Questo carattere sacrale dell’antica liturgia latina, manifestantesi in una stilizzazione rigida, monumentale, che solleva letteralmente la preghiera al di sopra delle banalità della vita di ogni giorno, ha entusiasmato, ha infiammato i fedeli nel corso dei secoli. Si desidererebbe che nelle traduzioni dei testi liturgici nelle lingue nazionali si conservi qualcosa della loro grandezza sacrale. [Concetto che Benedetto XVI riprende nella Lettera inviata ai Vescovi in accompagnamento al motu proprio Summorum Pontificum]. Purtroppo ci si imbatte in grosse difficoltà; molti fedeli del nostro tempo hanno perso il senso del sacrale. Ma anche quando si cerca onestamente di conservare il carattere sacrale dei testi latini non è facile trovare una forma equivalente nelle lingue nazionali moderne. La maggior parte di esse è così “laicizzata” da non possedere più, o quasi più, i mezzi per una stilizzazione sacrale. Ciò che sono riusciti a realizzare i cristiani latini dei primi secoli soltanto in un periodo avanzato, attingendo alla pienezza dell’uso linguistico cristiano, potrà maturare soltanto lentamente nelle nostre lingue, se si vuol conservare il carattere sacrale dei testi liturgici. Richiederà molto sforzo ed una ricerca “amorosa” delle possibilità offerte dalla propria lingua il tentare la realizzazione di traduzioni corrispondenti al nostro tempo: traduzioni che non pregiudichino la ricchezza spirituale dei testi liturgici.

[…] La secolare tradizione letteraria di Roma, sia nella sua forma profana che cristiana, sopravviverà nel latino medievale. Con ciò inizia però una nuova fase della vita del latino, in cui si incontrano e si alimentano reciprocamente nel corso dei secoli le due suddette tradizioni. Questo latino medievale, lingua ufficiale della Chiesa, dell’insegnamento, all’inizio soprattutto nelle mani di ecclesiastici, e lingua universale di una cultura in lenta ascesa, costituirà per secoli il fermentum e il vinculum unitatis dei popoli dell’Europa occidentale. Più di ogni altro elemento esso ha favorito il sorgere di una cultura cristiana occidentale.» (Christine Mohrmann, Unità e continuità del latino cristiano antico nella Chiesa d’occidente, in Osservatore Romano, inserto speciale per l’ottantesimo compleanno di Sua Santità Papa Paolo VI f.r., 25 settembre 1977).

La perdita della lingua sacrale della Chiesa ha vieppiù acuito il senso di novità e la rottura con tutta la tradizione precedente, soprattutto perché alcuni settori del mondo cattolico e della stessa gerarchia vedevano in ogni cambiamento il presupposto e la premessa per un’ulteriore smantellamento dell’edificio ecclesiale. Essi si autodefinivano come gli interpreti dello «spirito del Concilio», termine assai vago, dietro il quale si nascondeva un desiderio di una sorta di «rivoluzione permanente», che non voleva l’applicazione dei testi conciliari, quanto la loro sublimazione: il Concilio non era visto come un evento, da cui scaturivano dei portati da applicare, ma come un momento rivoluzionario, il cui valore non stava tanto in ciò che affermava, quanto nel fatto che poteva essere inteso come il grimaldello, con cui scardinare la Chiesa della Tradizione, per sostituirla con una nuova, in cui non esistesse il concetto stesso di stabilità, ma tutto fosse in divenire. È l’applicazione alla Chiesa della sindrome rivoluzionaria, che condanna i regimi sedicenti completamente nuovi e negatori di ogni continuità con il passato ad una deriva estremistica indeterminata, fino al loro crollo o alla loro trasformazione violenta, entrambi necessitati dalla materiale impossibilità di proseguire su quella strada, impossibilità normalmente rappresentata dalla fame e dalla miseria che colpiscono la stragrande maggioranza della popolazione. Gli esempi più eclatanti sono rappresentati dalla Rivoluzione francese e da quella russa.

Nella Chiesa, però, questo meccanismo non si è innescato, in quanto, la riforma liturgica non è stata presupposto di ulteriori cambiamenti, ma ha segnato, di fatto, un argine invalicabile, oltre il quale, nonostante abusi, “sperimentazioni” e “tentativi di sfondamento”, non si è andati. Si è, così, venuta a creare una situazione di stallo, nella quale l’ondata degli “innovatori” è stata arginata, ma, allo stesso tempo, il senso di cesura tra la “Chiesa post-conciliare” e la “Chiesa tridentina”, come spregiativamente veniva chiamata dai suoi detrattori la chiesa precedente al Vaticano II rimaneva profondo, sia nel sentire dei fedeli, che nei documenti ufficiali. Si aveva quasi la sensazione che il Concilio Vaticano II avesse segnato la nascita di una nuova Chiesa, molto, se non del tutto, diversa dalla precedente, ma che, allo stesso tempo, questa Chiesa nuova non fosse più in grado di rinnovarsi e che, quindi, il cammino fosse interrotto. E tutto ciò nella cornice di una progressiva marginalizzazione della Fede cattolica dal contesto sociale.

Un primo grosso scossone a questo stato di cose è stato dato da Giovanni Paolo II, che ha segnato un primo passaggio dal contenimento dell’attacco modernista, caratteristica del Pontificato di Paolo VI, all’offensiva, con il rilancio della spiritualità popolare, così censurata ed insultata dagli “innovatori”. Ma è con Benedetto XVI che la cesura è annullata e che il Concilio è letto alla luce della Chiesa di sempre; che la storia della Sposa di Cristo viene letta come un flusso ininterrotto, sia pure contrassegnato da errori e peccati, di attuazione della parola portataci dalla Parola, cioè da Gesù. Si è cessato, in altre parole, di leggere la storia della Chiesa alla luce del Concilio, ma si è iniziato a leggere il Concilio alla luce di Cristo, attualizzato nella storia dalla Sua Chiesa, in ogni epoca, senza sterili contrapposizioni.

Non è un caso che il primo atto legislativo del nuovo Pontefice sia stato il motu proprio che ha, di fatto, liberalizzato e, senza dubbio, anche se indirettamente, incoraggiato l’uso della liturgia precedente alla riforma. Essa è, per limitarci alla Santa Messa, la Liturgia del Santo Sacrificio che, con lievi ritocchi nei secoli, ha caratterizzato la Chiesa latina a partire, almeno, dal IV-V secolo. Con la profondità teologica che lo contraddistingue, Benedetto XVI ha identificato nella Messa il cuore della vita della Chiesa e nella sua Liturgia la manifestazione esterna, quindi fruibile da parte dei fedeli, di tale cuore. E, già da Cardinale, Joseph Ratzginer preannunciava ciò che avrebbe fatto, poi, da Pontefice, dimostrando come questo atto, centrale nel suo pontificato, sia il frutto di anni di riflessione e di preghiera. «Personalmente ritengo che si dovrebbe essere più generosi nel consentire l'antico rito a coloro che lo desiderano. Non si vede proprio che cosa debba esserci di pericoloso o inaccettabile. Una comunità mette in questione se stessa, quando considera improvvisamente proibito quello che fino a poco tempo prima le appariva sacro e quando ne fa sentire riprovevole il desiderio. Perché le si dovrebbe credere ancora? Non vieterà forse domani, ciò che oggi prescrive? Ma un semplice ritorno all'antico non è una soluzione. La nostra cultura si è così trasformata negli ultimi trent'anni che una liturgia celebrata esclusivamente in latino comporterebbe un'esperienza di estraniamento, insuperabile per molte persone. Quello di cui abbiamo bisogno è una nuova educazione liturgica, soprattutto dei sacerdoti. Deve diventare nuovamente chiaro che la scienza liturgica non esiste per produrre continuamente nuovi modelli, come può valere per l'industria automobilistica. Esiste per introdurre l'uomo nelle feste e nella celebrazione, per disporre gli uomini ad accogliere il Mistero.» (cfr. Joseph Ratzginer, Il sale della terra. Cristianesimo e Chiesa Cattolica nella svolta del terzo millennio. Un colloquio con Peter Seewald, Cinisello Balsamo: Ed. S.Paolo, pp. 199-202).

Thursday, September 17, 2009

Il Motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI - Parte I



Il Motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI - Parte I


di Cristina Siccardi

Una volta placate le più accese polemiche, che hanno preceduto ed immediatamente seguito la pubblicazione della Lettera Apostolica, motu proprio data, Summorum Pontificum di Benedetto XVI, possiamo tornare a ragionare di liturgia e valutare la grandissima portata che tale atto giuridico riveste in tutta la vita della Chiesa e come esso si inscriva nella concezione della Chiesa di questo Papa, costituendone, anzi, una pietra miliare.



Da sempre la Chiesa ha considerato la Liturgia, detta Lex orandi, vale a dire Legge del pregare, come inscindibile dalla Fede, detta Lex credendi, cioè Legge del credere, tanto da ritenere la prima come specchio della seconda e sua propagatrice nel cuore dei cristiani. Non è, quindi, possibile alterare la Liturgia, senza alterare il contenuto della Fede, che essa rappresenta ed insegna. Ma, allo stesso tempo, la Liturgia, otre ad essere espressione dell’offrire «alla Divina Maestà un culto degno» (Motu proprio Summorum Pontificum), è, come abbiamo detto, educazione del cuore dei fedeli e, dunque, deve essere da loro percepita come strumento atto ad elevare la loro anima a Dio. Risulta, per conseguenza, ovvio che anche la sclerotizzazioni della Liturgia in formule immutabili sia, di fatto, una indebita e, per di più, incontrollata variazione della Lex credendi, poiché le parole che avevano un significato in una data epoca, con il trascorrere del tempo, ne vengono ad assumere un altro, tendono a perdere ricchezza e coloriture o, al contrario, ad assumere accezioni nuove. Ecco che la Chiesa, tenendo sempre presente l’effetto che la Liturgia ha sul fedele, effetto non solo razionale, ma anche spirituale, emotivo e psicologico, ha sempre aggiornato, ma mai stravolto, questa che è il mezzo principe della catechesi.



È per questo motivo che gli aggiornamenti apportati alla Liturgia sono sempre stati molto prudenti e, per quanto possibile, hanno sempre mantenuto in vita le precedenti versioni, salvo, ovviamente, intervenire quando fosse stata violata o, anche solo, messa in dubbio l’ortodossia della Fede. Esempio emblematico è il Messale di San Pio V (1570), che rendeva ufficiale per tutto l’Orbe cattolico l’allora Messale romano, ma permetteva l’uso di tutti i Messali che avessero un’antichità dimostrata di almeno duecento anni; e ciò in ossequio al principio che, in quanto tale antichità assicurava la mancanza in essi di infiltrazioni ereticali (pre-protestanti e protestanti), non era opportuno proibire l’uso di una Liturgia che, pienamente corretta sul piano della Fede, ancora rappresentava un efficace mezzo di elevazione per molte persone. Tanto come dire che l’unità della Fede e la comunione dei credenti era assicurata più dalla comunione dei riti che dall’imposizione di un rito uguale per tutti.



Unico caso, nella bimillenaria storia della Chiesa, in cui le regolamentazioni della Liturgia precedente furono così stringenti da far pensare ad una vera e propria proibizione, fu la riforma del 1970. L’impressione generale fu di una rottura con il passato, quasi di una rivoluzione; idea questa sostenuta da tutta una chiassosa minoranza, che, oltre tutto, invece di applicare la riforma stessa ne prendeva spunto per “ardite”, quando non blasfeme, sperimentazioni liturgiche. I sentimenti di Joseh Ratzinger, allora neo professore ordinario di Dogmatica e storia dei dogmi all'Università di Ratisbona furono, come racconta egli stesso, di profondo disagio. «Il secondo grande evento all'inizio dei miei anni di Ratisbona fu la pubblicazione del messale di Paolo VI, con il divieto quasi completo del messale precedente, dopo una fase di transizione di circa sei mesi. Il fatto che, dopo un periodo di sperimentazioni che spesso avevano profondamente sfigurato la liturgia, si tornasse ad avere un testo liturgico vincolante, era da salutare come qualcosa di sicuramente positivo. Ma rimasi sbigottito per il divieto del messale antico, dal momento che una cosa simile non si era mai verificata in tutta la storia della liturgia. Si diede l'impressione che questo fosse del tutto normale. Il messale precedente era stato realizzato da Pio V nel 1570, facendo seguito al concilio di Trento; era quindi normale che, dopo quattrocento anni e un nuovo Concilio, un nuovo papa pubblicasse un nuovo messale. Ma la verità storica è un'altra. Pio V si era limitato a far rielaborare il messale romano allora in uso, come nel corso vivo della storia era sempre avvenuto lungo tutti i secoli. Non diversamente da lui, anche molti dei suoi successori avevano nuovamente rielaborato questo messale, senza mai contrapporre un messale a un altro. Si è sempre trattato di un processo continuativo di crescita e di purificazione, in cui, pero, la continuità non veniva mai distrutta. Un messale di Pio V che sia stato creato da lui non esiste. C'è solo la rielaborazione da lui ordinata, come fase di un lungo processo di crescita storica. Il nuovo, dopo il concilio di Trento, fu di altra natura: l'irruzione della riforma protestante aveva avuto luogo soprattutto nella modalità di "riforme" liturgiche. Non c'erano semplicemente una Chiesa cattolica e una Chiesa protestante poste l'una accanto all'altra; la divisione della Chiesa ebbe luogo quasi impercettibilmente e trovò la sua manifestazione più visibile e storicamente più incisiva nel cambiamento della liturgia, che, a sua volta, risultò parecchio diversificata sul piano locale, tanto che i confini tra cosa era ancora cattolico e cosa non lo era più, spesso erano ben difficili da definire. In questa situazione di confusione, resa possibile dalla mancanza di una normativa liturgica unitaria e dal pluralismo liturgico ereditato dal medioevo, il Papa decise che il Missale Romanum, il testo liturgico della città di Roma, in quanto sicuramente cattolico, doveva essere introdotto dovunque non ci si potesse richiamare a una liturgia che risalisse ad almeno duecento anni prima. Dove questo si verificava, si poteva mantenere la liturgia precedente, dato che il suo carattere cattolico poteva essere considerato sicuro. Non si può quindi affatto parlare di un divieto riguardante i messali precedenti e fino a quel momento regolarmente approvati. Ora, invece, la promulgazione del divieto del messale che si era sviluppato nel corso dei secoli, fin dal tempo dei sacramentali dell'antica Chiesa, ha comportato una rottura nella storia della liturgia, le cui conseguenze potevano solo essere tragiche. Come era già avvenuto molte volte in precedenza, era del tutto ragionevole e pienamente in linea con le disposizioni del Concilio che si arrivasse a una revisione del messale, soprattutto in considerazione dell'introduzione delle lingue nazionali. Ma in quel momento accadde qualcosa di più: si fece a pezzi l'edificio antico e se ne costruì un altro, sia pure con il materiale di cui era fatto l'edificio antico e utilizzando anche i progetti precedenti. Non c'è alcun dubbio che questo nuovo messale comportasse in molte sue parti degli autentici miglioramenti e un reale arricchimento, ma il fatto che esso sia stato presentato come un edificio nuovo, contrapposto a quello che si era formato lungo la storia, che si vietasse quest'ultimo e si facesse in qualche modo apparire la liturgia non più come un processo vitale, ma come un prodotto di erudizione specialistica e di competenza giuridica, ha comportato per noi dei danni estremamente gravi. In questo modo, infatti, si è sviluppata l'impressione che la liturgia sia "fatta", che non sia qualcosa che esiste prima di noi, qualcosa di " donato ", ma che dipenda dalle nostre decisioni. Ne segue, di conseguenza, che non si riconosca questa capacità decisionale solo agli specialisti o a un'autorità centrale, ma che, in definitiva, ciascuna " comunità " voglia darsi una propria liturgia. Ma quando la liturgia è qualcosa che ciascuno si fa da sé, allora non ci dona più quella che è la sua vera qualità: l'incontro con il mistero, che non è un nostro prodotto, ma la nostra origine e la sorgente della nostra vita. Per la vita della Chiesa è drammaticamente urgente un rinnovamento della coscienza liturgica, una riconciliazione liturgica, che torni a riconoscere l'unità della storia della liturgia e comprenda il Vaticano II non come rottura, ma come momento evolutivo. Sono convinto che la crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo dipende in gran parte dal crollo della liturgia, che talvolta viene addirittura concepita "etsi Deus non daretur": come se in essa non importasse più se Dio c'è e se ci parla e ci ascolta. Ma se nella liturgia non appare più la comunione della fede, l'unità universale della Chiesa e della sua storia, il mistero del Cristo vivente, dov'è che la Chiesa appare ancora nella sua sostanza spirituale? Allora la comunità celebra solo se stessa, senza che ne valga la pena. E, dato che la comunità in se stessa non ha sussistenza, ma, in quanto unità, ha origine per la fede dal Signore stesso, diventa inevitabile in queste condizioni che si arrivi alla dissoluzione in partiti di ogni genere, alla contrapposizione partitica in una Chiesa che lacera se stessa. Per questo abbiamo bisogno di un nuovo movimento liturgico, che richiami in vita la vera eredità del concilio Vaticano II» (JOSEPH RATZINGER, La mia vita: ricordi, 1927-1977, Cinisello Balsamo: San Paolo, 1997, pp. 110-113).

Dom Prosper Gueranger



Dom Prosper Guéranger

Sablé sur Sarthe, Francia, 4 aprile 1805 – Solesmes, Francia, 30 gennaio 1875


Prosper Louis Pascal Guéranger nacque nel 1805 nei pressi dell'ex abbazia benedettina di Solesmes secolarizzata nel 1790 durante la Rivoluzione Francese. Influenzato dall'ultramontanismo di Félicité Robert de Lamennais, nel 1822 decise di entrare in seminario dove si appassionò allo studio della Patristica ed il sette ottobre 1827 venne ordinato sacerdote a Tours e immediatamente nominato canonico del capitolo cattedrale. Distinguendosi dall’uso invalso presso il clero francese, iniziò ben presto ad usare esclusivamente il Messale Romano, diventando così ispiratore del movimento francese di restaurazione liturgica che porterà in seguito alla definitiva scomparsa del rito Gallicano.

L'undici luglio 1833, con il consenso del vescovo di Le Mans, acquistò il vecchio monastero di Solesmes e vi si trasferì insieme ai primi tre compagni con i quali sarebbe diventato il rifondatore dell'Ordine Benedettino che in Francia era scomparso sin dai tempi della Rivoluzione. Nel 1837 si recò a Roma ed il ventisei luglio emise i voti solenni presso l'abbazia di San Paolo Fuori le Mura.


Il primo settembre dello stesso anno, ottenne da papa Gregorio XVI un breve con il quale veniva fondata la Congregazione di Francia dell'Ordine di San Benedetto, essa si costituiva quale erede delle soppresse congregazioni di Cluny, di San Mauro e dei Santi Vitone e Idulfo: Solesmes divenne l’abbazia madre della congregazione e Guéranger ne venne nominato primo superiore generale.

All'interno del suo progetto monastico e di ritorno alle forme liturgiche dell'antichità cristiana, dom Guèranger affrontò con entusiasmo, quale primo e necessario passo, la restaurazione del canto gregoriano. Con l'aiuto e i consigli del canonico Gontier, prese anzitutto in considerazione il problema dell'esecuzione e chiese ai suoi monaci di rispettare, secondo la tradizione, il primato del testo soprattutto per quanto riguarda pronuncia, accentazione e fraseggio. In pochi anni lo stile esecutivo venne sensibilmente migliorato ed il piccolo monastero cominciò a fare scuola.

Nel 1860, dom Prosper affidò ad un suo monaco, dom Paul Jausions, il compito di restaurare anche le melodie autentiche: iniziò così una immane quanto affascinante impresa di copiatura dei più antichi manoscritti di canto gregoriano. La scuola di Solesmes negli anni proseguì sotto la guida di Joseph Gajard e di Eugéne Cardin sempre ponendosi l'obiettivo di scoprire e rendere sempre più accessibile il tesoro delle melodie gregoriane. A loro si deve, tra gli altri, il grande merito di aver scoperto e di avere chiarito le leggi che regolano la scrittura dei neumi primitivi e, soprattutto, le prime pubblicazioni del Graduale romanum del 1908 e dell'Antiphonarium romanum del 1912 che sono alla base del Liber Usualis, fino alla pubblicazione del Graduale Triplex del 1979 e del Liber hymnarius del 1983.

Grande figura di monaco del secolo XIX, dom Prosper Gueranger dovrebbe oggi essere ancor più conosciuto e approfondito, in particolare da coloro che si sentono legati alla forma straordinaria del rito romano e intendono salvaguardarla e diffonderne lo studio e l’utilizzo. Dalla sua azione e dalle sue opere chiunque può cogliere validi strumenti sia per penetrare sempre di più il significato autentico della sacra liturgia cattolica sia per comprendere la particolarmente delicata situazione attuale; non dimentichiamo che uno dei suoi meriti più alti fu la restaurazione della liturgia romana, in particolare della santa messa, in tutte le diocesi francesi ove nei secoli XVII e XVIII erano invalsi molti riti particolari inficiati da influssi gallicani e giansenisti. Egli fu scrittore fecondo intorno alle questioni religiose più dibattute della sua epoca ma espresse il suo genio particolarmente in campo liturgico componendo due opere fondamentali e divenute presto classiche: Les institutions liturgiques (3 voll., Paris, 1840-1842, 1851, II ed. 1878) e L'année liturgique (9 voll., Le Mans, 1841-1866) terminato dal suo discepolo dom L. Fromage.

Il capitolo XIV delle Institutions liturgiques che titola "De l'hérésie antiliturgique et de la réforme protestante du XVIe siècle, considérée dans ses rapports avec la liturgie" costituisce una possente sintesi storica e dottrinale della secolare ribellione contro la liturgia. Per l’autore, i principi che stanno dietro all'eresia antiliturgica sono sempre i medesimi, anche se si ritrovano in sette e in movimenti di pensiero molto diversi: dal manicheismo, al luteranesimo, al giansenismo e al quietismo. E non si può certo non notare come la sua elencazione ben si potrebbe integrare con movimenti sorti in seguito quali il modernismo. Egli, attraverso una dettagliata analisi, dimostra che gli errori nella sostanza sono sempre i medesimi più volte riproposti. Il confronto tra queste pagine - che talora sembrano addirittura profetiche - e la realtà attuale sorge spontaneamente immediato. Si pensi, ad esempio, alla dibattuta questione, apparentemente solo formale, dell’abbandono del latino avvenuta nell’applicazione pratica dell’ultima grande riforma liturgica, quella seguita al Concilio Vaticano II: Guéranger aveva a suo tempo acutamente osservato che un tale fenomeno avrebbe determinato la diserzione delle funzioni religiose da parte dei fedeli, in quanto avrebbe fatto perdere alla liturgia il suo carattere sacro (n. 8); ebbene, oggi che il latino è quasi completamente scomparso dalle nostre chiese e ciò è stato innegabilmente accompagnato dal crollo generale della pratica religiosa, del quale fuor di dubbio è una delle tante e multiformi cause, possiamo direttamente verificare quanto fosse valido e veritiero il lavoro di dom Prosper.

Il grande abate di Solesmes, animato da forza incrollabile nella difesa della verità cattolica, ci fa intravedere ancora quali pericoli ci minacciano, quali ulteriori danni potranno colpire in futuro la santa liturgia ma nel contempo ci indica la via sicura per combattere l’attuale diffusa decadenza: un serio percorso di ritorno alle forme della tradizione, dove ritorno non significa riproposizione nostalgica ma studio profondo e valorizzazione critica. Esse non sono perdute, attendono nella loro suprema bellezza di dischiudere ancora all'uomo le realtà celesti.


Autore: Emanuele Borserini

Tuesday, September 1, 2009

Bishop of Tulsa Abandons "Mass Facing the People"



Bishop Slattery on Mass Ad Orientem

By John Vennari


The September 2009 issue of Eastern Oklahoma Catholic featured a brief article by Bishop Edward J. Slattery, Ordinary of the Diocese of Tulsa, Oklahoma. The Bishop explains why he has ceased the practice of Mass facing the people, and now celebrates Mass facing the altar (ad orientem).



Though the article does not specify whether the Bishop will celebrate Old Latin Mass or the Novus Ordo ad orientem, it is said Bishop Slattery is well disposed toward the Tridentine Mass. The fact that a United States Bishop displays a clear understanding of why Mass should be celebrated ad orientem is one of the few rays of hope in the Church in America. His words deserve to be widely known.

Bishop Slattery opens by explaining the Mass as "Christ's sacrifice under the sacramental signs of bread and wine", and goes on to explain that the people share in this offering, which is done through the priest.

"From ancient times, the position of the priest and the people reflected this understanding of the Mass," writes Bishop Slattery, "since the people prayed, standing or kneeling, in the place that visibly corresponded to Our Lord's Body, while the priest at the altar stood at the head as the Head, We formed the whole Christ – Head and members – both sacramentally by Baptism and visibly by our position and posture. Just as importantly, everyone – celebrant and congregation – faced the same direction, since they were united with Christ in offering to the Father Christ's unique, unrepeatable and acceptable sacrifice."

He points out that when we study the most ancient liturgical practices of the Church, "we find that the priest and the people faced in the same direction, toward the east, in the expectation that when Christ returns, He will return `from the East'. At Mass, the Church keeps vigil, waiting for that return. This single position is called ad orientem, which simply means `toward the East'."

He then speaks of the multiple advantages of Mass ad orientem:

The Bishop says, "Having the priest and people celebrate Mass ad orientem was the liturgical norm for nearly 18 centuries. There must have been solid reasons for the Church to have held on to this posture for so long. And there were! First of all, the Catholic liturgy has always maintained a marvelous adherence to the Apostolic Tradition. We see the Mass, indeed the whole liturgical expression of the Church's life, as something which we have received from the Apostles and which we, in turn, are expected to hand on intact. (1 Corinthians 11:23)."

Secondly, the Bishop continues, "the Church held on to this single eastward position because of the sublime way it reveals the nature of the Mass. Even someone unfamiliar with the Mass who reflected upon the celebrant and the faithful being oriented in the same direction would recognize that the priest stands at the head of the people, sharing in one and the same action, which was – he would note with a moment's longer reflection – an act of worship."

He then makes the point: "In the last 40 years, however, this shared orientation was lost; now the priest and the people have become accustomed to facing in opposite directions. The priest faces the people while the people face the priest, even though the Eucharistic Prayer is directed to the Father and not to the people."

Bishop Slattery never refers to Mass facing the people as some sort of recovery of an ancient tradition, but clearly speaks of it as an "innovation" that took place after Vatican II – an innovation with negative consequences.

The introduction of this novelty, he says, was "partly to help the people understand the liturgical action of the Mass by allowing them to see what was going on, and partly as an accommodation to contemporary culture where people who exercise authority are expected to face directly the people they serve, like a teacher sitting behind her desk."

He then sums up in three quick points the negative consequences of this innovation: "First of all, it was a serious rupture with the Church's ancient tradition. Secondly, it can give the appearance that the priest and the people were engaged in a conversation about God, rather than the worship of God. Thirdly, it places an inordinate importance on the personality of the celebrant by placing him on a kind of liturgical stage."

The Bishop goes on to note that Pope Benedict, even as Cardinal Ratzinger, urged a recovery of more authentic Catholic worship based on the ancient liturgical practice, "For that reason," says Bishop Slattery, "I have restored the venerable ad orientem position when I celebrate Mass at the Cathedral. This change ought not to be misconstrued as the Bishop `turning his back on the faithful,' as if I am being inconsiderate or hostile. Such an interpretation misses the point that, by facing in the same direction, the posture of the celebrant and the congregation make explicit the fact that we journey together to God."

We may hope the Bishop's words and example help to lead not simply to a "reform of the reform" of the Novus Ordo, but ultimately to greater numbers of priests abandoning the New Rite, and celebrating exclusively the Latin Tridentine Mass. May more priests and prelates come to realize what Cardinal Ottaviani recognized, and what he wrote to Pope Paul VI on September 25, 1969: "The Novus Ordo Missae … represents, both as a whole and in its details, a striking departure from the Catholic theology of the Mass as it was formulated in Session 22 of the Council of Trent."

Godwin Xuereb, President, Pro Tridentina (Malta)'s comment: A very interesting article, although I am not totally in favour of what the author stated in the last paragraph. It is interesting to note that in Malta too, some priests are celebrating Mass ad orientem.

Thursday, August 27, 2009

Habemus Papam!!!



















I recently came across an interesting website with an argument I knew had followers but I never knew had followers so keen on it. The website is http://www.protridentina.org/. The group's stated aim as per the website is that of promoting the Tridentine mass or rather the return of the Tridentine mass in Malta and Gozo as per Papal policy.

For those who perhaps might now know what the Tridentine mass is; this is basically the mass that used to be celebrated prior to the Second Vatican Council meaning a mass in Latin with the priest giving the people his back as can be seen from the picture with this blog and with certain different prayers including a prayer during the time of Lent praying for the conversion of Jews, something deemed most offensive by the Jewish community and rightfully so.


Obviously its a free world and those who believe that the Tridentine Mass should return are free to argue so and that much I have no qualms about; more so when some within that category happen to be friends of mine. It is however in my view an outdated, andequated argument which clearly fails to understand modern times.


The church cannot fossilize itself; indeed the Roman Catholic Church is already plagued by a mentality of fossilization and a lack of catching up with the times. To revert to Latin is merely to increase the severity of the situation. Mass should be a spiritual expience where one feels closer to God and not merely a trip down traditions lane. One can only feel close to God if one is understand what is being said!


Imagine if someone read out the works of Shakespeare in Chinese; would you appreciate the beauty of Shakespeare's stories? Most certainly not!


Some might argue that Pope Benedict XVI merely made it possible for the Tridentine Mass to be held and by no means turned it into obligatory. All too true, but it is nonetheless a regression; a regression which certainly caused Pope John XXIII to turn in his grave!!


Let us not become the Christian version of Iran! Iran under the Shah had all the modern commodities of western life and indeed had a western culture. It was the ascension to power of the Ayatollah Khomeini that Iran reverted back to the strictly Muslim society it is today. Let us not be the Church which opened up in the 60's and went back in the 2000's.


The days of the Tridentine Mass are over; it is a tradition best kept in the history books and nowhere else! Its an element which would only serve to weaken the Catholic community and not strenghten.


The way to strenghten the faith is by living the faith and believing the faith and not by turning the faith into a mere living museum of traditions!

Godwin Xuereb, Pro Tridentina (Malta) President's comment: The above article dated 16 August 2009 shows that a number of 'Catholics' have little, if any, appreciation of the Extraordinary Form of the Roman Rite. Worse still, they have no idea of what this Rite is all about!! Mr Angelo Micallef also refused any comments on his Blog for a fair representation of the arguments.







Latin Liturgy: A Natural And Beautiful Thing

http://stlouisreview.com/sites/default/files/article-images/137252/LatinMass0312.jpg 

http://www.latinliturgy.com/



By Thom Nickels
15.JUL.09

There's something "new" and exciting on the (Roman Rite) Catholic Philadelphia landscape, and that's the return of the Traditional Latin Mass (TLM).

After 40 years of buried obscurity, the traditional rite or the so-called Mass of the Ages (Pope Urban VII in 1634 said that the Roman Mass was the envy of souls in Heaven) is being made more available in parishes throughout the Archdiocese. Although there have been random TLM's at various parishes in and outside the City for years, momentum kicked in after Pope Benedict XVI's Motu Proprio in July of 2007. At that time the Pontiff urged easy accessibility to the ancient rite. For the first time since the close of the Second Vatican Council in the 1960s, Catholics in parishes throughout the world were told that if they wanted a TLM in their parish, all they had to do was form a small group and request it from their church pastor.

In the Philadelphia-Lancaster-New Jersey area, the number of parishes hosting TLM's are growing. Every month seems to bring in a new parish, a new inquiry. The traditional Masses are attracting people of all ages, from the middle aged to the very young.

Traditional Catholic seminaries like the Fraternity of Saint Peter, as well as traditional convents and monasteries are also reporting a boom in religious vocations.

Beginning on October, 25, 2009, there will be a weekly TLM at St. Paul's church in South Philadelphia. This is good news to St. Paul's pastor, Father Gerald Carey, who calls the October change, "A very natural and beautiful thing." Fr. Carey, who was ordained in 1998, says he first offered the TLM last year during the Year of Saint Paul. "Out of it came requests from the faithful. That's what Motu Proprio is all about. I did get requests from parishioners and outside parishioners, so I asked the Archdiocese how I might accommodate them," Fr. Carey said.

Over 400 people attended the Year of Saint Paul TLM at Fr. Carey's church. The event was so successful a woman came up to Fr. Carey after the Mass and said that after years of being away from the Church, she was coming back.

Years ago, Center City's St. John Evangelist church held regular TLM's but those Masses were eventually moved to Holy Saviour Parish in Norristown. St. Patrick's church on Rittenhouse Square once held Latin Novus Ordo Masses (or the Mass of Pope Paul VI) twice a month until the death of its pastor, Father Fitzpatrick.

TLM's have also been a regular staple of the Carmelite Monastery at 66th Avenue and Old York Road. On Thursday, July 16th, on the feast of Our Lady of Mount Carmel, a Traditional Latin Solemn High Mass will be held at 7:30 p.m., complete with monastery choir and guest soprano, Dolores Ferraro. The nuns will sing the traditional Carmelite chant, the Flos Carmeli.

Fr. Carey says that shortly after the Motu Proprio was issued, he availed himself of an official TLM training session the Archdiocese was offering to priests.

He explains that the process of instituting a TLM is more than just a language thing. Planning a TLM means that the church in question must have altar rails (for traditional kneeling at communion), and altar boys trained in the Latin responses. (If an altar rail has been removed from a church, it's possible to improvise a "substitute") In a TLM, the priest as well as the congregation will face east, and the tabernacle must be on the main altar.

Facing East is considered a symbol of the rising Son of God.

"The Motu Proprio is a major step, but to approbate it takes time," Fr. Carey said. "You have to make sure if priests want to do this, are you going to ensure that they're going to do it well? And thank God the Cardinal was on our side and really worked hard and provided these workshops. Priests need to know the rubrics. Years ago people grew up with this Mass, they saw it all the time so when you became a priest you sequayed into it. But now you have to study it."

Since the early 1970s The Latin Liturgy Association, Inc. has worked hard to keep the old rite alive.

"When Motu Proprio was first issued," says Philadelphia Latin Liturgy Association Chairman Dr. Rudolph Masciantonio, "the Association sent the Cardinal a proposal asking that the TLM initially be made available in each of the vicariates of the Archdiocese-North and South Philadelphia, and each of the suburban counties. We thought this would be a start to have a TLM in each of the vicariates.We also pitched for a traditional parish in Center City, much like Mater Ecclesiae Roman Catholic Church in Berlin, New Jersey, where all the Masses and rites are traditional."

Dr. Masciantonio says that while the Association didn't receive a written response from the Cardinal, it got something better.

"The Cardinal acted on it. He appointed a priest to be the facilitator of the TLM in the Archdiocese, Msgr. Charles L. Sangermano in Norristown, and he made it a rule that all seminarians train in the traditional rite, as well as the new rite. And he specifically authorized a weekly TLM at St. Paul's beginning October 25th."

"We're very grateful for that," Dr. Masciantonio says, "and the future looks good."

While there are still no traditional Catholic parishes in Center City, Dr. Masciantonio believes that this will change. "More and more people are interested in the traditional Latin Mass. The TLM is one of the best things that the Church has going for it," he said.

The Latin Liturgy Association advocates the preservation of Latin in the Church, even in the "new" Mass of Pope Paul VI. The Constitution on the Sacred Liturgy at Vatican II decreed that, "The use of Latin is to be preserved in the Latin rite." As to the question, "Why Latin?" the Association's website answers that question by reminding readers that "Latin helps us overcome limitations of time and place, and helps us participate in the universal reality of the Catholic Church, linking us with the generations who have worshipped before us."

"Once people get used to these Masses again, and understand how valuable they are spiritually and aesthetically there will be a real reluctance to give them up," Dr. Masciantonio says.

Father Adrian Fortescue, an English liturgical historian and author of the book, "The Mass: A Study of the Roman Liturgy," believed that "the Mass of the Roman Rite is the most venerable in Christendom."

Like historic architecture, how can this venerable rite not be preserved?

"I can assure you that all the priests I know, even if they don't have a familiarity with the Latin language, are very supportive of the TLM," Fr. Carey says. "Most of them say the Mass as the Church directs them, and if they make a mistake it is unintentional. These younger guys really aren't about innovation; they just want to say the Mass."

Wednesday, August 26, 2009

Avviż Importanti rigward blog ieħor


http://latinmass.com/images/429_ware1.jpg 


Ħbieb,

Nota żgħira rigward blog ieħor (li jidher inattiv):

http://pro-tridentina.blogspot.com/

Dan il-blog m'għandux x'jaqsam mal-moviment Pro Tridentina (Malta) minkejja li jismu hekk.

Godwin

Tuesday, August 25, 2009

Risposte del nuovo segretario dell'Ecclesia Dei










































Grazie al blog What Does The Prayer Really Say riportiamo una serie di domande poste da un fedele brasiliano alla Pontificia Commissione Ecclesia Dei e la relativa risposta del nuovo segretario, mons. Guido Pozzo: a nostra conoscenza, è il suo primo atto 'ufficiale'.

Esaminandolo, se ne possono trarre interessanti vaticinii sul suo modo di reggere l'Ecclesia Dei: dopo le generose 'promesse' del card. Castrillòn Hoyos (tipo: "Il Papa vuole la Messa gregoriana in ogni parrocchia"), l'ora pare essere più alla prudenza e alla misura. Ma magari anche (come può indicare il fatto stesso di aver risposto analiticamente a questa lettera) ad una certa prontezza d'intervento. Ecco dunque il testo delle domande, seguito dalla lettera di risposta della Commissione:

1- Dopo l’entrata in vigore del motu proprio Summorum Pontificum è necessario il permesso del vescovo diocesano, qualora un sacerdote voglia celebrare la Messa gregoriana?

2- I fedeli devono padroneggiare la lingua latina per poter assistere alla Messa gregoriana? Oppure è sufficiente un sussidio bilingue?

3- Un gruppo piccolo di fedeli (per esempio 8 persone), benché stabile, è insufficiente per la celebrazione della Messa nella forma straordinaria?

4- Il vescovo deve collaborare affinché la richiesta della Messa gregoriana avanzata da un gruppo stabile di fedeli sia esaudita?

5- I fedeli che non fanno parte del gruppo stabile potranno assistere alla Messa gregoriana?

6- È possibile celebrare le nozze nella forma straordinaria del rito romano?

7- Con la pubblicazione del motu proprio Summorum Pontificum, Papa Benedetto XVI desidera che la Messa gregoriana sia ampiamente offerta nelle diocesi?

8- Il Santo Padre desidera che l’insegnamento del latino torni a far parte del curriculum dei seminari affinché i futuri sacerdoti possano celebrare la Messa in lingua latina ?

9- I vescovi diocesani devono seguire gli orientamenti della Pontificia Commissione circa l’applicazione del motu proprio Summorum Pontificum anche qualora il nunzio apostolico in Brasile potesse, ipoteticamente, esprimere un’opinione contraria?

Prot. 97/09

Vaticano , 18 luglio 2009

Illustrissimo Signore,

relativamente alla Sua lettera del 29 aprile u.s., si risponde, secondo il motu proprio Summorum Pontificum, quanto segue:

1- Il documento pontificio non prevede alcun permesso speciale del vescovo diocesano affinché un prete possa celebrare la Santa Messa nella forma straordinaria (art.2);

2- Ai fedeli non si richiede un’ampia conoscenza della lingua latina, essendo sufficiente l’uso di un messale bilingue o di un foglietto;

3- Il numero di fedeli di un gruppo stabile dipende molto dalle circostanze locali, le quali indicheranno se un prete possa o voglia, tenendo conto del suo dovere pastorale, occuparsi di un gruppo relativamente piccolo;

4- Il vescovo diocesano deve essere in linea con le direttive del documento pontificio (art.5 par.1; e CIC c.392); altro è verificare l’effettiva praticabilità, in accordo con quanto disposto dal motu proprio;

5- I fedeli che non fanno parte del “gruppo stabile”, possono, evidentemente, partecipare alla Messa nella forma straordinaria;

6- I matrimoni secondo la forma straordinaria sono possibili, in accordo col parroco (art.9, par.1);

7- Quanto all’ampia applicazione del documento pontificio in una diocesi, è sufficiente attenersi alle indicazioni contenute nel documento medesimo;

8- Circa l’insegnamento del latino nei seminari, si faccia riferimento al c.249 del Codice di Diritto Canonico in vigore: “Nella Ratio di formazione sacerdotale si stabilisca che gli alunni conoscano accuratamente non solo la lingua del proprio paese, ma abbiano anche una buona conoscenza della lingua latina e inoltre un'adeguata conoscenza delle lingue straniere, nella misura in cui essa risulti necessaria o utile alla loro formazione o all'esercizio del ministero pastorale”.

In tutte le altre questioni si faccia riferimento al documento pontificio, essendo il Santo Padre la suprema autorità della Chiesa, a cui per istituzione divina siamo legati da rispetto, amore e obbedienza.

La prego di accettare i miei sentimenti di viva stima e considerazione nel Signore,

Mons. Guido Pozzo
(Segretario)

Inedito di Benedetto XVI "La Messa del futuro? Ecco come deve essere"




Pubblichiamo in questa pagina una lettera di Joseph Ratzinger al Dott. Heinz-Lothar Barth e uno stralcio di un intervento sempre di Benedetto XVI, tratte da Davanti al Protagonista. Alle radici della liturgia (Cantagalli, pagg. 232, euro 15), volume in cui i due scritti sono stati raccolti insieme per la prima volta. Nel libro - che verrà presentato al Meeting di Rimini e sarà in libreria a settembre - il Papa (che all’epoca della lettera era ancora cardinale) si interroga sul significato e lo stato attuale della liturgia, esprimendo la speranza che essa non diventi «terreno di sperimentazione per ipotesi teologiche».





Caro dottor Barth, la ringrazio cordialmente per la sua lettera del 6 aprile cui trovo il tempo di rispondere solo ora. Lei mi chiede di attivarmi per una più ampia disponibilità del rito romano antico. In effetti, lei sa da sé che non sono sordo a tale richiesta. Nel contempo, il mio lavoro a favore di questa causa è ben noto. Al quesito se la Santa Sede «riammetterà l’antico rito ovunque e senza restrizioni», come lei desidera e ha udito mormorare, non si può rispondere semplicemente o fornire conferma senza qualche fatica. È ancora troppo grande l’avversione di molti cattolici, insinuata in essi per molti anni, contro la liturgia tradizionale che con sdegno chiamano «preconciliare». E si dovrebbero fare i conti con la considerevole resistenza da parte di molti vescovi contro una riammissione generale.





Diverso è tuttavia pensare a una riammissione limitata. La stessa domanda verso l’antica liturgia è limitata. So che il suo valore, naturalmente, non dipende dalla domanda nei suoi confronti, ma la questione del numero di sacerdoti e laici interessati, ciononostante, gioca un certo ruolo. Oltre a ciò, una tale misura, a soli 30 anni dalla riforma liturgica di Paolo VI, può essere attuata solo per gradi. Qualunque ulteriore fretta non sarebbe di sicuro buona cosa.





Credo tuttavia, che a lungo termine la Chiesa romana deve avere di nuovo un solo rito romano. L’esistenza di due riti ufficiali per i vescovi e per i preti è difficile da «gestire» in pratica. Il rito romano del futuro dovrebbe essere uno solo, celebrato in latino o in vernacolo, ma completamente nella tradizione del rito che è stato tramandato. Esso potrebbe assumere qualche elemento nuovo che si è sperimentato valido, come le nuove feste, alcuni nuovi prefazi della Messa, un lezionario esteso - più scelta di prima, ma non troppa -, una «oratio fidelium», cioè una litania fissa di intercessioni che segue gli Oremus prima dell’offertorio dove aveva prima la sua collocazione.





Caro dott. Barth, se lei si impegnerà a lavorare per la causa della liturgia in questa maniera, sicuramente non si troverà solo, e preparerà «l’opinione pubblica ecclesiale» a eventuali misure in favore di un uso esteso dei libri liturgici di prima. Tuttavia bisogna essere attenti a non risvegliare aspettative troppo alte o massimali tra i fedeli tradizionali.





Colgo l’occasione per ringraziarla del suo apprezzabile impegno per la liturgia della Chiesa romana nei suoi libri e nelle sue lezioni, anche se qua e là desidererei ancora più carità e comprensione verso il magistero del Papa e dei vescovi. Possa il seme da lei seminato germinare e portare molto frutto per la rinnovata vita della Chiesa la cui «sorgente e culmine», davvero il suo vero cuore, è e deve rimanere la liturgia. Con piacere le impartisco la benedizione che lei ha domandato.