
For the promotion and dissemination of the Extraordinary Form of the Mass in the Archdiocese of Malta and the Diocese of Gozo, as endorsed by the motu proprio Summorum Pontificum promulgated by Pope Benedict XVI (2007) and in the Instruction Universae Ecclesiae (2011). We adhere to the traditional Catholic motto: We are what you once were. We believe what you once believed. We worship as you once worshipped. If you were right then, we are right now. If we are wrong now, you were wrong then.
Saturday, October 31, 2009
Il modello Benedetto XVI per gli anglicani... e per i lefebvriani?

Saturday, October 17, 2009
La riforma liturgica
Testo tratto da una conferenza del Card. Alfons Maria Stickler tenuta a New York nel maggio del 1995Sunday, October 11, 2009
Baltimore Catechism: "On the Sacrifice of the Mass"

LESSON 24 - ON THE SACRIFICE OF THE MASS
Saturday, September 19, 2009
Il Motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI – Parte III

Il Motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI – Parte III
di Cristina Siccardi
Il Motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI – Parte II

Il Motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI – Parte II
di Cristina Siccardi
La riforma liturgica del 1970 rappresenta la massima realizzazione della montante marea del desiderio di rinnovamento all’interno della Chiesa, di cui il Concilio Vaticano II fu il vessillo, più che la base dottrinale. In contrasto con quanto stabilito dalla Costituzione Conciliare Sacrosantum Concilium, la quale prevedeva il mantenimento dell’idioma di Cicerone e di Sant’Agostino quale lingua liturgica per tutta la Chiesa latina, la riforma in parola decretò il passaggio alle lingue nazionali di tutta la Liturgia. La portata del mutamento fu enorme, anche in quanto, al di là delle differenze contenutistiche dei riti, l’abbandono della lingua dei Cesari decretò la morte del concetto stesso di lingua sacra all’interno della Chiesa cattolica, eliminando questo strumento che l’aveva accompagnata, almeno nella sua parte occidentale, fin dal suo sorgere, prima con il greco e, poi, con il latino.
Thursday, September 17, 2009
Il Motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI - Parte I
di Cristina Siccardi
Una volta placate le più accese polemiche, che hanno preceduto ed immediatamente seguito la pubblicazione della Lettera Apostolica, motu proprio data, Summorum Pontificum di Benedetto XVI, possiamo tornare a ragionare di liturgia e valutare la grandissima portata che tale atto giuridico riveste in tutta la vita della Chiesa e come esso si inscriva nella concezione della Chiesa di questo Papa, costituendone, anzi, una pietra miliare.
Da sempre la Chiesa ha considerato la Liturgia, detta Lex orandi, vale a dire Legge del pregare, come inscindibile dalla Fede, detta Lex credendi, cioè Legge del credere, tanto da ritenere la prima come specchio della seconda e sua propagatrice nel cuore dei cristiani. Non è, quindi, possibile alterare la Liturgia, senza alterare il contenuto della Fede, che essa rappresenta ed insegna. Ma, allo stesso tempo, la Liturgia, otre ad essere espressione dell’offrire «alla Divina Maestà un culto degno» (Motu proprio Summorum Pontificum), è, come abbiamo detto, educazione del cuore dei fedeli e, dunque, deve essere da loro percepita come strumento atto ad elevare la loro anima a Dio. Risulta, per conseguenza, ovvio che anche la sclerotizzazioni della Liturgia in formule immutabili sia, di fatto, una indebita e, per di più, incontrollata variazione della Lex credendi, poiché le parole che avevano un significato in una data epoca, con il trascorrere del tempo, ne vengono ad assumere un altro, tendono a perdere ricchezza e coloriture o, al contrario, ad assumere accezioni nuove. Ecco che la Chiesa, tenendo sempre presente l’effetto che la Liturgia ha sul fedele, effetto non solo razionale, ma anche spirituale, emotivo e psicologico, ha sempre aggiornato, ma mai stravolto, questa che è il mezzo principe della catechesi.
È per questo motivo che gli aggiornamenti apportati alla Liturgia sono sempre stati molto prudenti e, per quanto possibile, hanno sempre mantenuto in vita le precedenti versioni, salvo, ovviamente, intervenire quando fosse stata violata o, anche solo, messa in dubbio l’ortodossia della Fede. Esempio emblematico è il Messale di San Pio V (1570), che rendeva ufficiale per tutto l’Orbe cattolico l’allora Messale romano, ma permetteva l’uso di tutti i Messali che avessero un’antichità dimostrata di almeno duecento anni; e ciò in ossequio al principio che, in quanto tale antichità assicurava la mancanza in essi di infiltrazioni ereticali (pre-protestanti e protestanti), non era opportuno proibire l’uso di una Liturgia che, pienamente corretta sul piano della Fede, ancora rappresentava un efficace mezzo di elevazione per molte persone. Tanto come dire che l’unità della Fede e la comunione dei credenti era assicurata più dalla comunione dei riti che dall’imposizione di un rito uguale per tutti.
Unico caso, nella bimillenaria storia della Chiesa, in cui le regolamentazioni della Liturgia precedente furono così stringenti da far pensare ad una vera e propria proibizione, fu la riforma del 1970. L’impressione generale fu di una rottura con il passato, quasi di una rivoluzione; idea questa sostenuta da tutta una chiassosa minoranza, che, oltre tutto, invece di applicare la riforma stessa ne prendeva spunto per “ardite”, quando non blasfeme, sperimentazioni liturgiche. I sentimenti di Joseh Ratzinger, allora neo professore ordinario di Dogmatica e storia dei dogmi all'Università di Ratisbona furono, come racconta egli stesso, di profondo disagio. «Il secondo grande evento all'inizio dei miei anni di Ratisbona fu la pubblicazione del messale di Paolo VI, con il divieto quasi completo del messale precedente, dopo una fase di transizione di circa sei mesi. Il fatto che, dopo un periodo di sperimentazioni che spesso avevano profondamente sfigurato la liturgia, si tornasse ad avere un testo liturgico vincolante, era da salutare come qualcosa di sicuramente positivo. Ma rimasi sbigottito per il divieto del messale antico, dal momento che una cosa simile non si era mai verificata in tutta la storia della liturgia. Si diede l'impressione che questo fosse del tutto normale. Il messale precedente era stato realizzato da Pio V nel 1570, facendo seguito al concilio di Trento; era quindi normale che, dopo quattrocento anni e un nuovo Concilio, un nuovo papa pubblicasse un nuovo messale. Ma la verità storica è un'altra. Pio V si era limitato a far rielaborare il messale romano allora in uso, come nel corso vivo della storia era sempre avvenuto lungo tutti i secoli. Non diversamente da lui, anche molti dei suoi successori avevano nuovamente rielaborato questo messale, senza mai contrapporre un messale a un altro. Si è sempre trattato di un processo continuativo di crescita e di purificazione, in cui, pero, la continuità non veniva mai distrutta. Un messale di Pio V che sia stato creato da lui non esiste. C'è solo la rielaborazione da lui ordinata, come fase di un lungo processo di crescita storica. Il nuovo, dopo il concilio di Trento, fu di altra natura: l'irruzione della riforma protestante aveva avuto luogo soprattutto nella modalità di "riforme" liturgiche. Non c'erano semplicemente una Chiesa cattolica e una Chiesa protestante poste l'una accanto all'altra; la divisione della Chiesa ebbe luogo quasi impercettibilmente e trovò la sua manifestazione più visibile e storicamente più incisiva nel cambiamento della liturgia, che, a sua volta, risultò parecchio diversificata sul piano locale, tanto che i confini tra cosa era ancora cattolico e cosa non lo era più, spesso erano ben difficili da definire. In questa situazione di confusione, resa possibile dalla mancanza di una normativa liturgica unitaria e dal pluralismo liturgico ereditato dal medioevo, il Papa decise che il Missale Romanum, il testo liturgico della città di Roma, in quanto sicuramente cattolico, doveva essere introdotto dovunque non ci si potesse richiamare a una liturgia che risalisse ad almeno duecento anni prima. Dove questo si verificava, si poteva mantenere la liturgia precedente, dato che il suo carattere cattolico poteva essere considerato sicuro. Non si può quindi affatto parlare di un divieto riguardante i messali precedenti e fino a quel momento regolarmente approvati. Ora, invece, la promulgazione del divieto del messale che si era sviluppato nel corso dei secoli, fin dal tempo dei sacramentali dell'antica Chiesa, ha comportato una rottura nella storia della liturgia, le cui conseguenze potevano solo essere tragiche. Come era già avvenuto molte volte in precedenza, era del tutto ragionevole e pienamente in linea con le disposizioni del Concilio che si arrivasse a una revisione del messale, soprattutto in considerazione dell'introduzione delle lingue nazionali. Ma in quel momento accadde qualcosa di più: si fece a pezzi l'edificio antico e se ne costruì un altro, sia pure con il materiale di cui era fatto l'edificio antico e utilizzando anche i progetti precedenti. Non c'è alcun dubbio che questo nuovo messale comportasse in molte sue parti degli autentici miglioramenti e un reale arricchimento, ma il fatto che esso sia stato presentato come un edificio nuovo, contrapposto a quello che si era formato lungo la storia, che si vietasse quest'ultimo e si facesse in qualche modo apparire la liturgia non più come un processo vitale, ma come un prodotto di erudizione specialistica e di competenza giuridica, ha comportato per noi dei danni estremamente gravi. In questo modo, infatti, si è sviluppata l'impressione che la liturgia sia "fatta", che non sia qualcosa che esiste prima di noi, qualcosa di " donato ", ma che dipenda dalle nostre decisioni. Ne segue, di conseguenza, che non si riconosca questa capacità decisionale solo agli specialisti o a un'autorità centrale, ma che, in definitiva, ciascuna " comunità " voglia darsi una propria liturgia. Ma quando la liturgia è qualcosa che ciascuno si fa da sé, allora non ci dona più quella che è la sua vera qualità: l'incontro con il mistero, che non è un nostro prodotto, ma la nostra origine e la sorgente della nostra vita. Per la vita della Chiesa è drammaticamente urgente un rinnovamento della coscienza liturgica, una riconciliazione liturgica, che torni a riconoscere l'unità della storia della liturgia e comprenda il Vaticano II non come rottura, ma come momento evolutivo. Sono convinto che la crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo dipende in gran parte dal crollo della liturgia, che talvolta viene addirittura concepita "etsi Deus non daretur": come se in essa non importasse più se Dio c'è e se ci parla e ci ascolta. Ma se nella liturgia non appare più la comunione della fede, l'unità universale della Chiesa e della sua storia, il mistero del Cristo vivente, dov'è che la Chiesa appare ancora nella sua sostanza spirituale? Allora la comunità celebra solo se stessa, senza che ne valga la pena. E, dato che la comunità in se stessa non ha sussistenza, ma, in quanto unità, ha origine per la fede dal Signore stesso, diventa inevitabile in queste condizioni che si arrivi alla dissoluzione in partiti di ogni genere, alla contrapposizione partitica in una Chiesa che lacera se stessa. Per questo abbiamo bisogno di un nuovo movimento liturgico, che richiami in vita la vera eredità del concilio Vaticano II» (JOSEPH RATZINGER, La mia vita: ricordi, 1927-1977, Cinisello Balsamo: San Paolo, 1997, pp. 110-113).
Dom Prosper Gueranger
Sablé sur Sarthe, Francia, 4 aprile 1805 – Solesmes, Francia, 30 gennaio 1875
Prosper Louis Pascal Guéranger nacque nel 1805 nei pressi dell'ex abbazia benedettina di Solesmes secolarizzata nel 1790 durante la Rivoluzione Francese. Influenzato dall'ultramontanismo di Félicité Robert de Lamennais, nel 1822 decise di entrare in seminario dove si appassionò allo studio della Patristica ed il sette ottobre 1827 venne ordinato sacerdote a Tours e immediatamente nominato canonico del capitolo cattedrale. Distinguendosi dall’uso invalso presso il clero francese, iniziò ben presto ad usare esclusivamente il Messale Romano, diventando così ispiratore del movimento francese di restaurazione liturgica che porterà in seguito alla definitiva scomparsa del rito Gallicano.
Autore: Emanuele Borserini
Tuesday, September 1, 2009
Bishop of Tulsa Abandons "Mass Facing the People"

By John Vennari
The September 2009 issue of Eastern Oklahoma Catholic featured a brief article by Bishop Edward J. Slattery, Ordinary of the Diocese of Tulsa, Oklahoma. The Bishop explains why he has ceased the practice of Mass facing the people, and now celebrates Mass facing the altar (ad orientem).
Bishop Slattery opens by explaining the Mass as "Christ's sacrifice under the sacramental signs of bread and wine", and goes on to explain that the people share in this offering, which is done through the priest.
"From ancient times, the position of the priest and the people reflected this understanding of the Mass," writes Bishop Slattery, "since the people prayed, standing or kneeling, in the place that visibly corresponded to Our Lord's Body, while the priest at the altar stood at the head as the Head, We formed the whole Christ – Head and members – both sacramentally by Baptism and visibly by our position and posture. Just as importantly, everyone – celebrant and congregation – faced the same direction, since they were united with Christ in offering to the Father Christ's unique, unrepeatable and acceptable sacrifice."
He points out that when we study the most ancient liturgical practices of the Church, "we find that the priest and the people faced in the same direction, toward the east, in the expectation that when Christ returns, He will return `from the East'. At Mass, the Church keeps vigil, waiting for that return. This single position is called ad orientem, which simply means `toward the East'."
He then speaks of the multiple advantages of Mass ad orientem:
The Bishop says, "Having the priest and people celebrate Mass ad orientem was the liturgical norm for nearly 18 centuries. There must have been solid reasons for the Church to have held on to this posture for so long. And there were! First of all, the Catholic liturgy has always maintained a marvelous adherence to the Apostolic Tradition. We see the Mass, indeed the whole liturgical expression of the Church's life, as something which we have received from the Apostles and which we, in turn, are expected to hand on intact. (1 Corinthians 11:23)."
Secondly, the Bishop continues, "the Church held on to this single eastward position because of the sublime way it reveals the nature of the Mass. Even someone unfamiliar with the Mass who reflected upon the celebrant and the faithful being oriented in the same direction would recognize that the priest stands at the head of the people, sharing in one and the same action, which was – he would note with a moment's longer reflection – an act of worship."
He then makes the point: "In the last 40 years, however, this shared orientation was lost; now the priest and the people have become accustomed to facing in opposite directions. The priest faces the people while the people face the priest, even though the Eucharistic Prayer is directed to the Father and not to the people."
Bishop Slattery never refers to Mass facing the people as some sort of recovery of an ancient tradition, but clearly speaks of it as an "innovation" that took place after Vatican II – an innovation with negative consequences.
The introduction of this novelty, he says, was "partly to help the people understand the liturgical action of the Mass by allowing them to see what was going on, and partly as an accommodation to contemporary culture where people who exercise authority are expected to face directly the people they serve, like a teacher sitting behind her desk."
He then sums up in three quick points the negative consequences of this innovation: "First of all, it was a serious rupture with the Church's ancient tradition. Secondly, it can give the appearance that the priest and the people were engaged in a conversation about God, rather than the worship of God. Thirdly, it places an inordinate importance on the personality of the celebrant by placing him on a kind of liturgical stage."
The Bishop goes on to note that Pope Benedict, even as Cardinal Ratzinger, urged a recovery of more authentic Catholic worship based on the ancient liturgical practice, "For that reason," says Bishop Slattery, "I have restored the venerable ad orientem position when I celebrate Mass at the Cathedral. This change ought not to be misconstrued as the Bishop `turning his back on the faithful,' as if I am being inconsiderate or hostile. Such an interpretation misses the point that, by facing in the same direction, the posture of the celebrant and the congregation make explicit the fact that we journey together to God."
We may hope the Bishop's words and example help to lead not simply to a "reform of the reform" of the Novus Ordo, but ultimately to greater numbers of priests abandoning the New Rite, and celebrating exclusively the Latin Tridentine Mass. May more priests and prelates come to realize what Cardinal Ottaviani recognized, and what he wrote to Pope Paul VI on September 25, 1969: "The Novus Ordo Missae … represents, both as a whole and in its details, a striking departure from the Catholic theology of the Mass as it was formulated in Session 22 of the Council of Trent."
Godwin Xuereb, President, Pro Tridentina (Malta)'s comment: A very interesting article, although I am not totally in favour of what the author stated in the last paragraph. It is interesting to note that in Malta too, some priests are celebrating Mass ad orientem.
Thursday, August 27, 2009
Habemus Papam!!!
Latin Liturgy: A Natural And Beautiful Thing
By Thom Nickels
15.JUL.09
There's something "new" and exciting on the (Roman Rite) Catholic Philadelphia landscape, and that's the return of the Traditional Latin Mass (TLM).
After 40 years of buried obscurity, the traditional rite or the so-called Mass of the Ages (Pope Urban VII in 1634 said that the Roman Mass was the envy of souls in Heaven) is being made more available in parishes throughout the Archdiocese. Although there have been random TLM's at various parishes in and outside the City for years, momentum kicked in after Pope Benedict XVI's Motu Proprio in July of 2007. At that time the Pontiff urged easy accessibility to the ancient rite. For the first time since the close of the Second Vatican Council in the 1960s, Catholics in parishes throughout the world were told that if they wanted a TLM in their parish, all they had to do was form a small group and request it from their church pastor.
In the Philadelphia-Lancaster-New Jersey area, the number of parishes hosting TLM's are growing. Every month seems to bring in a new parish, a new inquiry. The traditional Masses are attracting people of all ages, from the middle aged to the very young.
Traditional Catholic seminaries like the Fraternity of Saint Peter, as well as traditional convents and monasteries are also reporting a boom in religious vocations.
Beginning on October, 25, 2009, there will be a weekly TLM at St. Paul's church in South Philadelphia. This is good news to St. Paul's pastor, Father Gerald Carey, who calls the October change, "A very natural and beautiful thing." Fr. Carey, who was ordained in 1998, says he first offered the TLM last year during the Year of Saint Paul. "Out of it came requests from the faithful. That's what Motu Proprio is all about. I did get requests from parishioners and outside parishioners, so I asked the Archdiocese how I might accommodate them," Fr. Carey said.
Over 400 people attended the Year of Saint Paul TLM at Fr. Carey's church. The event was so successful a woman came up to Fr. Carey after the Mass and said that after years of being away from the Church, she was coming back.
Years ago, Center City's St. John Evangelist church held regular TLM's but those Masses were eventually moved to Holy Saviour Parish in Norristown. St. Patrick's church on Rittenhouse Square once held Latin Novus Ordo Masses (or the Mass of Pope Paul VI) twice a month until the death of its pastor, Father Fitzpatrick.
TLM's have also been a regular staple of the Carmelite Monastery at 66th Avenue and Old York Road. On Thursday, July 16th, on the feast of Our Lady of Mount Carmel, a Traditional Latin Solemn High Mass will be held at 7:30 p.m., complete with monastery choir and guest soprano, Dolores Ferraro. The nuns will sing the traditional Carmelite chant, the Flos Carmeli.
Fr. Carey says that shortly after the Motu Proprio was issued, he availed himself of an official TLM training session the Archdiocese was offering to priests.
He explains that the process of instituting a TLM is more than just a language thing. Planning a TLM means that the church in question must have altar rails (for traditional kneeling at communion), and altar boys trained in the Latin responses. (If an altar rail has been removed from a church, it's possible to improvise a "substitute") In a TLM, the priest as well as the congregation will face east, and the tabernacle must be on the main altar.
Facing East is considered a symbol of the rising Son of God.
"The Motu Proprio is a major step, but to approbate it takes time," Fr. Carey said. "You have to make sure if priests want to do this, are you going to ensure that they're going to do it well? And thank God the Cardinal was on our side and really worked hard and provided these workshops. Priests need to know the rubrics. Years ago people grew up with this Mass, they saw it all the time so when you became a priest you sequayed into it. But now you have to study it."
Since the early 1970s The Latin Liturgy Association, Inc. has worked hard to keep the old rite alive.
"When Motu Proprio was first issued," says Philadelphia Latin Liturgy Association Chairman Dr. Rudolph Masciantonio, "the Association sent the Cardinal a proposal asking that the TLM initially be made available in each of the vicariates of the Archdiocese-North and South Philadelphia, and each of the suburban counties. We thought this would be a start to have a TLM in each of the vicariates.We also pitched for a traditional parish in Center City, much like Mater Ecclesiae Roman Catholic Church in Berlin, New Jersey, where all the Masses and rites are traditional."
Dr. Masciantonio says that while the Association didn't receive a written response from the Cardinal, it got something better.
"The Cardinal acted on it. He appointed a priest to be the facilitator of the TLM in the Archdiocese, Msgr. Charles L. Sangermano in Norristown, and he made it a rule that all seminarians train in the traditional rite, as well as the new rite. And he specifically authorized a weekly TLM at St. Paul's beginning October 25th."
"We're very grateful for that," Dr. Masciantonio says, "and the future looks good."
While there are still no traditional Catholic parishes in Center City, Dr. Masciantonio believes that this will change. "More and more people are interested in the traditional Latin Mass. The TLM is one of the best things that the Church has going for it," he said.
The Latin Liturgy Association advocates the preservation of Latin in the Church, even in the "new" Mass of Pope Paul VI. The Constitution on the Sacred Liturgy at Vatican II decreed that, "The use of Latin is to be preserved in the Latin rite." As to the question, "Why Latin?" the Association's website answers that question by reminding readers that "Latin helps us overcome limitations of time and place, and helps us participate in the universal reality of the Catholic Church, linking us with the generations who have worshipped before us."
"Once people get used to these Masses again, and understand how valuable they are spiritually and aesthetically there will be a real reluctance to give them up," Dr. Masciantonio says.
Father Adrian Fortescue, an English liturgical historian and author of the book, "The Mass: A Study of the Roman Liturgy," believed that "the Mass of the Roman Rite is the most venerable in Christendom."
Like historic architecture, how can this venerable rite not be preserved?
"I can assure you that all the priests I know, even if they don't have a familiarity with the Latin language, are very supportive of the TLM," Fr. Carey says. "Most of them say the Mass as the Church directs them, and if they make a mistake it is unintentional. These younger guys really aren't about innovation; they just want to say the Mass."
Wednesday, August 26, 2009
Avviż Importanti rigward blog ieħor
Ħbieb,
Nota żgħira rigward blog ieħor (li jidher inattiv):
http://pro-tridentina.blogspot.com/
Dan il-blog m'għandux x'jaqsam mal-moviment Pro Tridentina (Malta) minkejja li jismu hekk.
Godwin
Tuesday, August 25, 2009
Risposte del nuovo segretario dell'Ecclesia Dei

Inedito di Benedetto XVI "La Messa del futuro? Ecco come deve essere"

Pubblichiamo in questa pagina una lettera di Joseph Ratzinger al Dott. Heinz-Lothar Barth e uno stralcio di un intervento sempre di Benedetto XVI, tratte da Davanti al Protagonista. Alle radici della liturgia (Cantagalli, pagg. 232, euro 15), volume in cui i due scritti sono stati raccolti insieme per la prima volta. Nel libro - che verrà presentato al Meeting di Rimini e sarà in libreria a settembre - il Papa (che all’epoca della lettera era ancora cardinale) si interroga sul significato e lo stato attuale della liturgia, esprimendo la speranza che essa non diventi «terreno di sperimentazione per ipotesi teologiche».
Caro dottor Barth, la ringrazio cordialmente per la sua lettera del 6 aprile cui trovo il tempo di rispondere solo ora. Lei mi chiede di attivarmi per una più ampia disponibilità del rito romano antico. In effetti, lei sa da sé che non sono sordo a tale richiesta. Nel contempo, il mio lavoro a favore di questa causa è ben noto. Al quesito se la Santa Sede «riammetterà l’antico rito ovunque e senza restrizioni», come lei desidera e ha udito mormorare, non si può rispondere semplicemente o fornire conferma senza qualche fatica. È ancora troppo grande l’avversione di molti cattolici, insinuata in essi per molti anni, contro la liturgia tradizionale che con sdegno chiamano «preconciliare». E si dovrebbero fare i conti con la considerevole resistenza da parte di molti vescovi contro una riammissione generale.
Diverso è tuttavia pensare a una riammissione limitata. La stessa domanda verso l’antica liturgia è limitata. So che il suo valore, naturalmente, non dipende dalla domanda nei suoi confronti, ma la questione del numero di sacerdoti e laici interessati, ciononostante, gioca un certo ruolo. Oltre a ciò, una tale misura, a soli 30 anni dalla riforma liturgica di Paolo VI, può essere attuata solo per gradi. Qualunque ulteriore fretta non sarebbe di sicuro buona cosa.
Credo tuttavia, che a lungo termine la Chiesa romana deve avere di nuovo un solo rito romano. L’esistenza di due riti ufficiali per i vescovi e per i preti è difficile da «gestire» in pratica. Il rito romano del futuro dovrebbe essere uno solo, celebrato in latino o in vernacolo, ma completamente nella tradizione del rito che è stato tramandato. Esso potrebbe assumere qualche elemento nuovo che si è sperimentato valido, come le nuove feste, alcuni nuovi prefazi della Messa, un lezionario esteso - più scelta di prima, ma non troppa -, una «oratio fidelium», cioè una litania fissa di intercessioni che segue gli Oremus prima dell’offertorio dove aveva prima la sua collocazione.
Caro dott. Barth, se lei si impegnerà a lavorare per la causa della liturgia in questa maniera, sicuramente non si troverà solo, e preparerà «l’opinione pubblica ecclesiale» a eventuali misure in favore di un uso esteso dei libri liturgici di prima. Tuttavia bisogna essere attenti a non risvegliare aspettative troppo alte o massimali tra i fedeli tradizionali.
Colgo l’occasione per ringraziarla del suo apprezzabile impegno per la liturgia della Chiesa romana nei suoi libri e nelle sue lezioni, anche se qua e là desidererei ancora più carità e comprensione verso il magistero del Papa e dei vescovi. Possa il seme da lei seminato germinare e portare molto frutto per la rinnovata vita della Chiesa la cui «sorgente e culmine», davvero il suo vero cuore, è e deve rimanere la liturgia. Con piacere le impartisco la benedizione che lei ha domandato.
